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Lunedì primo Ottobre, in trenta, siamo “volati” in Polonia.

Fino il giorno prima, qualcuno ci chiedeva se fossimo decisi a partire, ma il desiderio di incontrare alcuni amici e la voglia di conoscere la Polonia non ha mai fatto vacillare la nostra decisione. Del resto il programma di viaggio evocava già scenari e luoghi significativi: Czestochowa, Cracovia, Wadovice, Wieliczka, Auschwitz, Niepokalanow, Warsavia. Il Pellegrinaggio in Terra Santa ci ha fatto, “toccare” le nostre radici cristiane, sulle orme di Gesù Cristo e degli Apostoli, il Pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo, Loreto, Lanciano ha toccato luoghi di grandi devozioni popolari; se devo trovare una connotazione a questo pellegrinaggio, direi che è stato anzitutto l’incontro con un popolo, la sua storia, non vista con semplici occhi da turista ma attraverso l’esperienza di vecchi e nuovi amici, che in qualche modo sono entrati nella nostra vita, hanno condiviso con noi un pezzo di strada, presenze significative per la nostra comunità: padre Pietro, padre Samuele, padre Arnoldo, don Adamo. Padre Arnoldo ci ha accolto con gioia e accompagnato nella visita al Santuario di Jasna Gòra, che significa Chiaro Monte, dove la Congregazione dei Padri Paolini custodisce l’icona della Madonna Nera venerata con fede profonda, non solo dai polacchi. Il luogo che accoglie il complesso del santuario e del convento è veramente suggestivo, è stato ed è, punto di riferimento per il popolo polacco, vero baluardo di libertà, che neppure gli svedesi riuscirono ad espugnare. A Wadovice, e Cracovia abbiamo visitato i luoghi dell’infanzia e del primo impegno pastorale di Papa Giovanni Paolo II: dove è nato, ha frequentato le scuole, ha celebrato la sua prima messa, il banco dove s’inginocchiava a meditare, la sua parrocchia e la chiesa che ha fatto costruire, di forma e con intuizioni geniali. Una sua gigantografia domina il portale della chiesa di Wadovice, cosicché da lontano si ha l’impressione che sia affacciato al balcone sovrastante. Il ricordo di Carol è così vivo, che sembra debba tornare da un momento all’altro. Niepokalanow (Marianopoli), Lagiewniki, nomi impronunciabili, ma incontri e luoghi significativi, dove hanno vissuto due grandi Santi: padre Kolbe e suor Faustina Kowalska, che sapevano volare molto alto, ma anche concretamente impegnarsi nel quotidiano, in aiuto del loro popolo. Suor Faustina, colloquiava con Gesù Misericordioso, che le appariva, le parlava e si presentava nelle sembianze dei poveri che suonavano il campanello del suo convento a chiedere aiuto. (vale la pena leggere il suo diario). Padre Kolbe, morto eroicamente a 47 anni ad Auschwitz, malato di tubercolosi, è vissuto a lungo con un solo pezzo di polmone, ma era pieno di speranza e di desiderio, tanto da pensare, di far prendere il brevetto da pilota ai suoi francescani, affinché potessero il più velocemente possibile diffondere il culto di Maria Immacolata in tutto il mondo. Abbiamo incontrato anche la follia umana nei campi nazisti di Auschwitz e a Birkenau, documentata dalle baracche, dal filo spinato, dalle montagne di scarpe, valigie, suppellettili e capelli umani delle numerose vittime, i cui ritratti appesi nei grigi corridoi ci guardavano con sgomento e stupore. Ma anche segni di grande amore: le scritte di speranza che padre Kolbe ha inciso sui muri della sua cella di isolamento nei sotterranei del lager. Questo luogo di grande dolore ci interpella profondamente in ordine alla nostra responsabilità, al nostro peccato, sempre in agguato ogni volta che scegliamo la morte invece della vita. Non ci si può fare l’abitudine! Persino la guida non riusciva ad essere burocratica, ad anni di distanza spiegava gli avvenimenti in modo appassionato e partecipativo. Sul nostro cammino abbiamo incontrato anche segni di risurrezione: La figura di un giovane prete padre Popiulesko (suona così ma non so come si scrive) massacrato a bastonate e gettato nella Vistola, perché vicino agli operai impegnati a rivendicare i propri diritti contro il regime comunista. Avevo a suo tempo letto sui giornali (1984) della vicenda, ma vedere a diciassette anni di distanza la sua tomba, vegliata a turno da operai, con fiori freschi, meta di pellegrinaggi, mi ha colpito. Altro segno: Warsavia, distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra per l’85% dei suoi edifici, puntigliosamente ricostruita dai polacchi, si presenta ora con i suoi due milioni di abitanti, città europea a pieno titolo. L’impegno e l’orgoglio erano evidenti anche nella miniera di sale di Wieliczka, un tempo terza risorsa economica della Polonia; ora in disuso e trasformata in suggestivo museo sotterraneo; l’abbiamo ammirata scendendo fino a 135 metri (la miniera è profonda 329 mt). Ci sarebbe molto da raccontare ma lo spazio è limitato, magari sarebbe bello pensare ad un momento di scambio più ampio. Che dire poi della complessità del momento che sta attraversando la Polonia sia dal punto di vista economico, politico, sia dal punto di vista religioso e culturale; del resto, le numerose cittadine polacche che vengono da noi in cerca di lavoro per mantenere le proprie famiglie, sono la testimonianza di questo disagio. La conquista dell’indipendenza non ha risolto i problemi. La difficile congiuntura economica, accompagnata da numerosi licenziamenti richiede grossi sacrifici; alcuni rimpiangono il vecchio regime che provvedeva a tutto, e dava un po’ a tutti. Le lotte per la libertà e la democrazia esigono coraggio e pazienza, ma anche competenza e capacità di gestire il nuovo. Anche la Chiesa, che tanta parte ha avuto nelle vicende della Polonia, deve ora affrontare i disagi del passaggio da una religiosità di tipo istituzionale, ad una fede più personale e di motivazioni più profonde. Tuttavia, l’atteggiamento delle persone, nelle chiese che abbiamo visitato, compresi i bambini, era di devozione e preghiera: i polacchi hanno una grande venerazione per la Vergine Maria, ovunque, non solo a Czestochowa. Ho detto prima, che le cose che abbiamo visto e sentito sono frutto dell’esperienza scaturita dall’incontro con amici vecchi e nuovi. Tra i nuovi dobbiamo citare don Enghelbert, parroco di Tychy che da qualche anno conosce don Giovanni Pagani, una delle guide che con don Carlo e don Giampiero ci hanno spiritualmente e sapientemente accompagnato nel pellegrinaggio. Don Enghelbert ci ha parlato della sua parrocchia, che regge con cinque giovani sacerdoti in un quartiere della zona industriale, delle sue fatiche e delle sue speranze. Con grande ospitalità ci ha offerto ottime torte e bevande. Altri amici, sono stati presenza significativa, pur nel fugace incontro. Ognuno a proprio modo ha testimoniato la Polonia: Robert l’autista, discreto e premuroso, pur con le difficoltà della lingua si illuminava quando parlava dei suoi due bambini, Agata, arguta guida della miniera, Anieska, brillante guida di Warsavia, orgogliosa della sua città e della Polonia, patria di importanti personaggi: Copernico, Chopin, Maria Sjklodowska (Madame Curie) premio nobel col marito per la scoperta del radio e del polonio, e il meno famoso Zamenhof, inventore dell’esperanto (lingua che si pensava potesse diventare idioma universale e che ho avuto occasione di studiare in gioventù); Barbara, che ci ha accompagnato con dignità e personalità per tutto il viaggio, nonna di tre nipotini, ancora piacente, polemica sul presente e qualche nostalgia del passato, perché già pensionata, deve mantenere col suo lavoro di guida, anche la famiglia della figlia e del genero che hanno perso il lavoro. La storia italiana e polacca, anche in passato, si sono in qualche modo intrecciate attraverso la vita di alcuni personaggi: Bona Sforza duchessa di Bari diventata Regina di Polonia, il generale Chrzanowski che guidò una divisione dell’esercito piemontese nella Prima Guerra d’Indipendenza, l’umanista Filippo Buonaccorsi, precettore dei figli di re Sigismondo, il pittore Bacciarelli, solo per citarne alcuni. Come San Pietro, possiamo dire che ora non conosciamo più per sentito dire, ma perché abbiamo visto con i nostri occhi e udito con i nostri orecchi. Quando pregheremo suor Faustina o padre Kolbe, non potremo non pensare a luoghi e volti precisi come quelli delle suorine che ci hanno accolto. Quando canteremo “Madonna nera” si affolleranno nella nostra mente Pietro, Samuele, Adamo, Arnoldo, Enghelbert ... Quando vedremo Giovanni Paolo II, il nostro pensiero correrà al “suo” banco, in “quella” chiesa ... Insieme a tutti loro abbiamo la responsabilità e il dono di essere Chiesa nel mondo. Grazie anche a tutti gli amici che hanno condiviso con me questa bella esperienza.

Carla Bossi

Alberto F.
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