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Arrivando, quella sera, provammo una sensazione
strana… per la prima volta dalla partenza tornavamo in un
luogo conosciuto… Nell’ultimo mese il campeggio sembrava cambiato,
l’erba era cresciuta incolta e l’aria sembrava non essere
la stessa. Ma forse era solo più fredda, per via dell’accorciarsi
delle giornate. Le persone erano diverse, ma nell’essenza
non sembravano cambiate. Al campeggio di Reikjavik tutti sono
di passaggio, ci sono due gruppi: quelli che sono appena atterrati
e quelli che sono alla fine del viaggio. I vestiti sono più
o meno sdrucidi e le facce bruciate dal vento freddo più che
dal sole, tra ciclisti e alpinisti basta guardarsi, per capire
chi arriva e chi parte.
Appena arrivati, guardavamo con ammirazione chi le sue avventure
sull’isola le aveva già vissute, chi cioè stava partendo.
Notammo subito che eravamo in assoluto i più giovani ma eravamo
ansiosi di metterci alla prova… Caricati sulle biciclette
i 25 kg dell’indispensabile materiale per affrontare un clima
così ostile partimmo verso nord, con l’idea di compiere il
periplo dell’isola lungo la mitica Road N°1. Il passo era
rallentato dal carico e dalle gomme tassellate, scelte per
poter affrontare strappi al 20% e i quasi 300 km di pista
sterrata che la N°1 presenta ancora, nonostante sia la strada
principale. Certi giorni la pioggia sembrava poter entrare
ovunque. Altri i chilometri contro vento diventavano interminabili.
Sono seguiti giorni in cui il freddo è entrato fin nelle ossa
e ci ha ustionato la pelle, ma nulla di tutto questo ha spento
l’amore per una terra dove si respira libertà.
E solitudine… L’Islanda è un paese dove può capitare, come
a noi, di pedalare tre giorni, tra lave e sabbie nere, senza
incontrare una casa, sapendo di poter contare solo sulle proprie
risorse. Il deserto lascia sulla pelle tanta sabbia e sulla
strada si impara che gli inconvenienti meccanici e fisici
possono essere tanti e imprevedibili. E’ un po’ come vedere
la terra da giovane, data la recente nascita dell’isola. In
alcune zone tutto sembra bruciare, il fango ribolle e l’acqua
sulfurea sgorga bollente da terreno che sbuffa vapore. Siamo
andati a vedere com’è la terra che ha bettezzato i geysir.
In Islanda può capitare di perdersi tra le nebbie nuotando
nelle acque blu a 40°C di una laguna naturale. Sembra impossibile
che tutta questa energia e questo calore convivano con l’aria
gelida e con i ghiacci che ricoprono grande parte della superficie.
Ci sono voluti quattro giorni per costeggiare il terzo ghiacciaio
al mondo. Vivere in una sottile striscia di terra, tra il
mare e il fronte dei ghiacci del Vatnajokull, suscita emozioni
particolari. Siamo rimasti ore a guardare gli iceberg in mare.
Pedalavando qualche volta si incontravano altri ciclisti,
racconti di pochi minuti con la speranza di ritrovarsi un
giorno in qualche angolo del mondo. L’isola è grande ma poche
sono le vie per percorrerla e ancora meno i posti in cui si
pernotta. E’ per questo che alle volte si rincontrano gli
stessi ciclisti, che certe volte portano notizie di altri
come noi. Ci dissero che era il paese delle cascate: durante
il nostro sul nostro cammino abbiamo incontrato infatti alcune
delle più imponenti cascate al mondo e le più grandi d’Europa.
I pensieri percorrono veloci 1600 km e i ricordi si susseguono.
Abbiamo chiuso l’anello… Siamo tornati a Reikjavik, questa
volta anche con la mente…
Il campeggio forse non era cambiato poi tanto, erano cambiati
invece gli occhi con cui lo guardavamo… Quella sera a Reikjavik,
avevamo l’impressione di essere guardati proprio come noi
un mese prima avevamo guardato quelli che avevano già dato.
E allora abbiamo capito che anche noi eravamo entrati a far
parte di quel piccolo gruppo di chi ha vissuto l’Islanda,
convinti di averlo fatto in quello che per noi è il più nobile
e selvatico dei modi possibili: in sella ad una bicicletta.
L’orgoglio dura un attimo, poi malinconici ci rendiamo conto
però che ora siamo tra quelli che partono…
Andrea M.
amusso@studenti.ph.unito.it
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