Viaggio
in Sikkim e Bhutan in mountainbike.
: i soliti due zainetti-bagaglio a mano.
Questa volta abbiamo in più due biciclette da portare in viaggio
con noi, montate e impachettate per farle rientrare nelle dimensioni
richieste dal bagaglio ordinario. In Bhutan non esistono mountain-bike.
Per organizzare il nostro viaggio ci sono voluti mesi di preparativi
e di allenamento. Abbiamo dovuto pensare a tutto quello che
poteva servirci nel tragitto, considerando che avremmo avuto
poco aiuto nel caso di imprevisti. Altra grande difficoltà è
stato convincere i bhutanesi a lasciare a noi l’organizzazione
dell’itinerario, completamente fuori da ogni loro schema. Il
nostro progetto è quello di viaggiare in bicicletta, dormire
in abitazioni locali e stare a contatto con la gente del posto.
Tutte cose difficili da capire per un bhutanese; i 4000 turisti
annui che visitano il Bhutan sono per lo più ricchi, anziani
e si spostano in comitive soggiornando in hotel di lusso. 22/02.
Siamo partiti da Venezia alle 6:45 e via Zurigo arriviamo a
Delhi il 23 alle 00:10. Avevamo letto sulla guida Lonely Planet
che : “l’arrivo a Delhi è un vero e proprio assalto ai cinque
sensi, che intimidisce tutti quelli che giungono in questa città…..”
Siamo dunque preparati al peggio. Prima di buttarci nella mischia
controlliamo che tutto sia al suo posto: carte di credito, passaporti
e contanti opportunamente nascosti e divisi tra tasche sotto
la camicia e marsupio. Afferriamo gli zaini e le scatole con
le biciclette e “coraggiosamente” usciamo, pronti a dribblare
tra la folla per evitare il temuto attacco…. Invece, sarà perché
siamo fortunati o che siamo abituati a viaggiare in Asia, l’aeroporto
della capitale ci sembra come tanti altri, anzi, con meno procacciatori
d’affari del solito. Dopo poco più di 10 minuti siamo fuori
dall’aeroporto, dopo aver recuperato le nostre bici ed aver
spiegato ai doganieri perplessi qual è il nostro progetto.
Ci è venuto a prendere un tassista che ci ha portato all’ hotel
Namaskar (Namaskarhotel@yahoo.com). Il traffico
per la città è ancora molto intenso, nonostante sia oramai mezzanotte
passata e con le bici legate in qualche modo nel bagagliaio
posteriore del taxi, arriviamo in hotel verso le due. La stanza
che scegliamo è ovviamente la “suite de luxe”, per 400Rs (8
Euro): almeno questa ha delle finestre, un bagno con un microlavandino
impraticabile e acqua calda a secchi. Dalla strada arrivano
per tutta la notte i soliti latrati dei cani randagi e rumori
di ogni genere.
23/02.
Sveglia alle 8:00. Il proprietario dell’ hotel appena ci vede
tenta , come previsto, di proporci il tour del Rajasthan, 15
giorni tutto compreso oppure un tour in cammello nel deserto
e ci fa vedere album di foto con turisti dall’aria soddisfatta.
Non serve a nulla dirgli che vogliamo andare in Sikkim e che
abbiamo già i voli prenotati. Ci vuole almeno mezzora per scrollarselo
di dosso , anche se sappiamo che al nostro rientro ricomincerà
a proporci altri itinerari. Finalmente fuori in strada! Siamo
nel centro di Delhi, nel quartiere di Paharganj. E’ presto,
i negozi sono ancora chiusi e regna una calma apparente, lungo
la strada solo mucche sacre. E’ domenica e preferiamo visitare
i monumenti della città, perciò contrattiamo per salire su un
autorisciò che ci porta alla moschea di Jama Masjid. Questa
moschea è la più grande di Delhi e la più importante della zona,
qua i mussulmani pregano il venerdì riempiendo il grande cortile
dell’edificio.
Sempre in autorisciò
andiamo a visitare il complesso del Qutb Minar, 15 km a sud
della capitale, esempio di architettura afghana dove domina
la torre alta 73 metri e la prima moschea costruita in India.
Lungo la strada ci siamo fermati al Gandhi Memorial e al Parlamento.
Rientriamo nel nostro quartiere che nel frattempo ha cambiato
completamente aspetto: i negozi hanno aperto e in ogni angolo
ci sono “venditori di tutto”, guide improvvisate, risciò a
pedali e a motore che dribblando cercano di evitare la folla
che riempie le strade, formando un autentico groviglio umano.
Abbiamo fatto bene a lasciare, per ora, le bici in camera.
Anche qui come in Nepal per sopravvivere al traffico sono
necessarie tre cose: un buon clacson, buoni freni, e…buona
fortuna. Le mucche sono le uniche che camminano tranquille,
non curanti degli sforzi fatti per evitare di investirle.
Moto, risciò, biciclette e mezzi di ogni genere si incrociano
strombazzando per segnalare la propria presenza. Per riuscire
a sopravvivere, dopo l’impatto iniziale, ci vuole un po’ di
tempo. Quando si cammina, l’importante è seguire il flusso,
evitando movimenti bruschi e fermate improvvise. Se si vuole
attraversare una strada è buona regola imitare gli altri.
Le immondizie della strada vengono continuamente spostate
dai lati al centro per essere poi riportate nuovamente davanti
ai negozi al passaggio del traffico.
24/02. Giornata dedicata alla visita di Old
Delhi, dove andiamo a piedi partendo dal nostro hotel. La
città vecchia si estende in un groviglio di viuzze a ovest
del Red Fort. La via principale è Chandni Chowk da cui partono
infinite stradine piene di negozi di ogni genere, suddivise
in zone a seconda della merce venduta. I gusti, gli odori
e l’atmosfera che si respira sono sicuramente un’ esperienza
indimenticabile. In qualunque momento della giornata c’è chi
fa bollire, friggere o arrostire qualcosa da mangiare per
attirare i passanti. Le strade sono vive, piene di gente e
di musica. E’ quasi inutile cercare di orientarsi ed è naturale
perdersi, attirati dalla varietà delle merci in vendita, compresi
i barbieri, i pulisciorecchie, calzolai e dentisti che in
strada espongono e “riparano” denti e dentiere.
25/02. Affittata una macchina con autista
andiamo a visitare Agra, a 204 km da Delhi e circa 4-5 ore
di macchina. Evitato il proprietario dell’ hotel, usciamo
quasi furtivamente in strada alle 6 del mattino, non riusciamo
invece ad evitare un altro venditore di tour del Rajasthan
che a tutti i costi vuole farci salire sul suo autobus. Dopo
più di mezz’ora arriva finalmente il nostro autista che non
smentisce la consuetudine asiatica di considerare il tempo
come qualcosa di poco importante.
Visitiamo il Taj Mahal, mausoleo Moghul che
viene descritto come il più stravagante monumento eretto per
amore e divenuto il simbolo turistico dell’India. Sotto l’enorme
cupola si trova la tomba della seconda moglie dell’imperatore,
il quale fece erigere questo monumento in marmo bianco finemente
lavorato per ricordare la propria amata prematuramente scomparsa.
La visita continua con il Forte di Agra, costruzione di arenaria
rossa del 16° secolo, prima struttura militare, poi palazzo
e infine prigione dell’imperatore.
26/02. Non senza
un certo coraggio, attraversiamo da soli una trafficata strada
del centro di Delhi e assaliti da guide improvvisate e venditori
di biglietti aerei, riusciamo ad arrivare indenni a Connaught
Place, vasta rotatoria delimitata da una serie di edifici
che rappresenta il centro commerciale della città. La nostra
intenzione è quella di visitare l’emporio di stato e i vari
mercatini. Non riusciamo però ad evitare, anche se consapevoli
del pericolo, un lustrascarpe che, con una azione fulminea,
riesce a lanciare sulle nostre scarpe della cacca per poi
innocentemente proporsi per pulirle. Quando dietro di noi
ci sentiamo dire :” sir, you have something on the shoes”
è oramai troppo tardi, la scarpa è coperta di merda. Pensiamo
che sia meglio mandarlo via e pulirci in qualche modo, altrimenti
altri potrebbero seguire il suo esempio; con le scarpe troppo
pulite siamo un vistoso obiettivo per altri lanci.
Comunque, cacca
a parte, ormai ci siamo abituati e ci muoviamo quasi tranquillamente
in mezzo alla gente evitando senza troppe difficoltà i venditori
e i procacciatori d'affari. Ci troviamo a nostro agio in questo
disordine che ci sembra quasi normale.
27/02. Alle 7.30
con un taxi pre-pagato e con le bici legate in qualche modo
sul portapacchi arriviamo all'aeroporto terminal-1 voli domestici.
Non c'è modo di evitare i facchini improvvisati che si impossessano
velocemente dei bagagli e che tu voglia o no ti accompagnano
al check-in. Il volo parte in orario alle 10:10 , la compagnia
aerea è la ottima Jetairways (avevamo già preso i biglietti
in Italia con disappunto del proprietario dell'hotel che tra
le altre cose possiede un ticketing-office).
Arriviamo a Bagdogra
alle 12.05 e ci viene a prendere Luis (Bhutan Tourism Services
slg_jyotirai@sancharnet.in
) che ci accompagnerà nel nostro viaggio in Sikkim. Ci accoglie
con un "namaste" regalandoci due sciarpe tibetane
di benvenuto ( di cui ormai abbiamo una discreta collezione
) e ci sentiamo già a nostro agio. Luis è una persona con
una grande cultura e conosce ( cosa abbastanza rara da queste
parti ) molte cose del nostro paese. Con il suo aiuto riusciremo
finalmente a capire qualcosa di più del buddismo e della sua
complessa filosofia. All'aeroporto riempiono il nostro passaporto
di timbri e timbrini ( alla fine del viaggio avremo consumato
5 pagine ). Gli indiani hanno una passione per la burocrazia
, per le carte e per le ricevute; non perdono mai occasione
per compilare moduli che nessuno leggerà mai e che non servono
assolutamente a niente.
In jeep partiamo
per Ganktok capitale del Sikkim, 110 Km in circa 5 ore. Il
Sikkim, regione a statuto autonomo dell'India, è stato indipendente
fino al 1975. Per entrare in Sikkim è necessario un permesso
( facile da ottenere ) in cui vanno indicate tutte le tappe
del viaggio . Prima di arrivare al confine attraversiamo una
parte del West-Bengala, regione che rappresenta esattamente
l’idea nostra dell’India. La strada è una sottile striscia
d’asfalto con due fasce sterrate ai lati; camion che strombazzano
e gente che corre indaffarata. Tutti trasportano tutto, dalla
legna alle banane e spingono ogni sorta di carretti nel solito
disordine. Le donne si notano per i loro colorati sari, al
contrario degli uomini che portano camicie di tipo occidentale
abbinate a quello che capita. Al check-point di confine tra
West-Bengala e Sikkim ci aspettano altri moduli da compilare
e altri timbri. La strada è sconnessa, a strapiombo e da brivido,
specie quando si incrociano i camion che guidano come dei
matti e più di una volta rischiamo l'incidente. Durante la
stagione dei monsoni che inizia in maggio, le strade franano
e nel periodo secco vengono ricostruite ogni anno. Poi la
neve nei mesi successivi fa il resto. Il Sikkim è molto diverso
dall'India vera e propria, più simile a certe parti del Nepal
e ha come religione principale il buddismo. Il confine con
il Nepal è vicinissimo (70 Km) e ci sono moltissimi emigrati,
tanto che la lingua principale è proprio il nepalese. Ci sono
anche molti profughi tibetani e campi di rifugiati in tutto
il paese. La tentazione di attraversare il confine per raggiungere
Kathmandu è forte; il nostro amico Ram ci ha invitati molte
volte ma sappiamo che la situazione nel paese non è ancora
sicura e poi non abbiamo tempo.
Gangtok, la capitale
del Sikkim, non è un gran che: è costituita da un groviglio
di palazzoni costruiti senza un piano regolatore. Ci sistemiamo
in hotel (Hotel Anola) che è completamente vuoto, in città
non ci sono altri turisti. Questa perfetta solitudine ci accompagnerà
per tutto il viaggio in Sikkim, con hotel e ristoranti aperti
solo per noi. Facciamo un giro per Gangtok e notiamo che i
negozianti non sono stranamente interessati a noi, riusciamo
a camminare senza difficoltà, senza che nessuno ci fermi per
venderci o proporci qualcosa. Luis ci spiega che il Sikkim
è molto ricco grazie alle grandi sovvenzioni statali e quindi
il livello di vita medio è buono rispetto ai paesi confinanti.
Mangiamo nel ristorante dell' hotel che ha aperto per noi
ed è completamente al buio fino al nostro arrivo. Ci presentano
un menù ricchissimo per poi scoprire che, come è logico dal
momento che siamo gli unici avventori, hanno solo due o tre
cose: riso, riso con verdure, riso con carne e chapati. L'attesa
è infinita, come sempre in India, e per pagare siamo costretti
ad aspettare a lungo perché il proprietario deve preparare
una ricevuta e non ha il resto. Risaliti in camera montiamo
le bici (3 ore) e dato che l'hotel è vuoto danno una camera
gratis anche alle bici.
28/02. Oggi iniziamo
il nostro viaggio in bici. Con partenza alle 8:00 andiamo
al monastero di Rumtek, residenza del Karmapa, capo dell'ordine
dei berretti neri. Il complesso monastico è la copia del monastero
tibetano di Tsurphu che abbiamo visitato l'anno scorso in
Tibet. A differenza di quello che potrebbe sembrare c'è una
forte lotta per la successione tra i vari ordini religiosi
e all'interno dello stesso ordine; l'attuale karmapa da molti
viene considerato un impostore. La reincarnazione precedente
è infatti morta nel 1981 in circostanze misteriose e ha lasciato
un testamento che forse è stato contraffatto. Alcuni soldati
circondano il monastero per controllare la situazione.
Il 3 di marzo ci
sarà il capodanno tibetano, il Losar, e fervono i preparativi.
Ovunque ci sono monaci in preghiera e all’interno del monastero
sono presenti doni di ogni genere. Lungo la strada i bambini
ci vengono incontro incuriositi dalle bici e la gente è meravigliata:
ci sentiamo osservati come se fossimo degli UFO! E pensare
che, per non spaventare troppo i locali, abbiamo cercato di
evitare l’abbigliamento appariscente, anche se comodo, che
normalmente usano i ciclisti, rinunciando anche al casco.
Le uniche cose che abbiamo deciso di portarci sono i guanti
e i pantaloncini protettivi.
Lasciato il monastero
visitiamo il Namgyal Institute Of Tibetology, centro di cultura
tibetana e il monastero Do-Drul Gompa, sulla collina sopra
Gangtok. Qui abbiamo la fortuna di incontrare la 12a reincarnazione
del Guru Rimpoche (fondatore del Tibet e del Bhutan) che è
in visita al monastero. Siamo però impuri e per assistere
alla sua cerimonia dobbiamo aspettare la benedizione. Ci versano
in mano del liquido giallo (cosa sarà??) che con la mano destra
dobbiamo passarci sulla fronte e sulla testa (in realtà dovremmo
berlo ma non è il caso!!). Inizia la celebrazione: i primi
10 minuti sono anche piacevoli e interessanti ma poi tutto
si ripete sempre uguale, almeno per noi. Cerchiamo di trovare
il modo di uscire (in tutto durerà 5 ore) senza offendere
i presenti. Finalmente fuori! Di nuovo in sella per il monastero
Enchey Gompa, posto su una collina vicino a Gangtok e la
scuola professionale. Il governo paga il corso di studi di
3 anni ai bambini scolasticamente poco dotati e dà un contributo
di 800 rupie (16 euro) alle famiglie che hanno un figlio a
scuola. In questo modo si evita che i genitori mandino a lavorare
nei campi i figli senza farli studiare.
01/03 Ore 8:00
si parte per il Phodong Monastery, 40 Km a nord di Gangtok.
Arrivati al monastero i monaci ci invitano a mangiare con
loro riso e interiora e siamo costretti ad accettare per non
offenderli; nel piatto anche pezzi del sacco di iuta, sassolini
ed altre cose non identificate. Proseguiamo per 4 Km fino
al monastero di Labrang dove troviamo molti monaci-bambini
che ci chiedono palle da cricket. Il cricket (sport di cui
non conosciamo neanche le regole) è lo sport nazionale indiano,
retaggio della colonizzazione inglese. Il tifo è simile al
quello per il calcio in Italia. Tra l'altro in questi giorni
ci sono i campionati mondiali di cricket in Sudafrica e l'India
ha vinto la semifinale (si festeggia con canti e fuochi d'artificio:
impossibile addormentarsi, o meglio lui ha dormito come un
sasso e lei è rimasta sveglia tutta la notte). Al rientro
facciamo una breve deviazione per il Phensong Monastery dove
troviamo i monaci in festa per i preparativi del capodanno
tibetano. Sono tutti molto cordiali e felici di vederci.
02/03. Ore 6:00
partenza per Pemayangtse, 112 Km in circa 10 ore. Visita
del Pemayangtse Monastery. Arriviamo che è ormai sera a Pelling,
paese costituito solo da hotel (tipo Nagarkot in Nepal). Da
qui si ha una spendida vista sul Kangchendzonga, terza vetta
più alta del mondo (8598 mt). Troviamo il solito hotel vuoto
(Hotel Norbughang) e ci accolgono con le sciarpette di benvenuto.
Visitiamo anche il poverissimo monastero di Sangachoeling,
situato in una collina sopra il paese. Anche qui i monasteri
sopravvivono grazie alle offerte dei fedeli e in particolare
delle donazioni fatte dagli occidentali. Di conseguenza da
una parte alcuni edifici religiosi, frequentati magari da
Madonna e Richard Gere, vengono continuamente restaurati,
e dall’altra altri edifici più antichi e belli come questo
di Sangachoeling cadono in rovina. Dopo cena e usando una
torcia cerchiamo di fare un giro per il paese, ma è troppo
buio e rischiamo di perderci. Decidiamo quindi di rientrare
in Hotel.
03/03. Capodanno
tibetano. Sveglia alle 5.30 per vedere il sorgere del sole
sul Kangchendzonga, anche se siamo piuttosto pessimisti dopo
l'esperienza di Nagarkot in Nepal, e invece stranamente il
cielo è sereno e la vista è piuttosto buona. Proseguiamo per
Yoksum passando per Khecheopari Lake. Lungo la strada incontriamo
sempre molti bambini i quali fanno a gara per salire sulla
bici e Marco ha il suo da fare per accontentare tutti. La
gente ci saluta e rimaniamo senza fiato a forza di rispondere
con hallo e namaste. L’ideale sarebbe correre senza mani sul
manubrio per poter rispondere ai continui saluti congiungendo
le mani. Una signora però si spaventa e scappa urlando terrorizzata
dalla nostra presenza, tanto che ci dobbiamo allontanare in
fretta. Il lago sacro di Khecheopari è circondato da bandiere
di preghiera ed è molto suggestivo. Nel tardo pomeriggio arriviamo
a Yoksum che è stata la prima capitale del Sikkim, dove il
primo re venne consacrato nel 1641 D.C. da 3 Lama illuminati.
Dormiamo nell' Hotel Tashigang, un grandissimo e vuoto edificio
sulla sommità della collina di Yoksum. Poche case e uno splendido
panorama sul Kangchendzonga. Ci dicono che nei boschi dietro
al villaggio vive addirittura lo Yeti. Di sera ci offrono
la birra tibetana (chang) in contenitori naturali fatti di
legno con una cannuccia di bambù più alta di noi e berla diventa
davvero difficile, soprattutto per Silvia che ha la cannuccia
più alta. Oltretutto il cameriere è imbranatissimo e ci rovescia
il te addosso.
04/03. Visitiamo
il Dubdi Monastery, primo monastero del Sikkim situato su
una collina vicino a Yoksum e poi trascorriamo il resto della
giornata a riposarci delle pedalate dei giorni precedenti
in perfetto relax, anche se non rinunciamo ad un giro con
la bici per il villaggio. In tutta l’India oramai il modo
più comodo per comunicare con l’estero è spedire email dai
numerosissimi punti internet disseminati in tutto il paese.
I telefoni con linea internazionale invece sono ancora rari
e la qualità del servizio è pessima. Anche nel villaggio sperduto
di Yoksum è possibile inviare email; basta rivolgersi alla
maestra del paese che gentilmente ci apre la scuola. Con nostro
stupore ci troviamo di fronte ad una stanza con modernissimi
computer, tutti connessi alla rete internet. Di sera ci invitano
a mangiare in un ristorantino locale. L'unico problema è che
per arrivarci dobbiamo usare la torcia perché è buio pesto
e siamo inseguiti dai molti cani randagi.
05/03. In jeep
proseguiamo per Kalimpong, 125 Km 6 ore. Lungo la strada
visitiamo il monastero di Tashiding sulla cima di una collina
fatta a forma di cuore con la vista del sacro monte Kangchendzonga.
Superiamo il confine tra West Bengala e Sikkim previo timbro
di uscita e siamo di nuovo in India. A Kalimpong andiamo al
mercato del mercoledì, dove si incontrano tutti gli abitanti
della regione. Visitiamo il chorten Thong-Wa-Rang-To e il
Zangdog Pelri Phobrang Monastery. Pernottiamo all’ Hotel Park.
06/03. Ore 6 partenza
per Phuentsholing, città di frontiera tra Bhutan e India.
Ci vogliono circa 4-5 ore di macchina. Lungo la strada foriamo
ma non è un problema. Montata la ruota di scorta, ci fermiamo
dopo qualche chilometro al primo villaggio per riparare il
foro. In India l’inventiva è tale che con un po’ di gomma
e del fuoco riescono a riparare qualunque foratura in poco
tempo.
Riprendiamo il
cammino e lungo la strada ci fermiamo in una delle tante piantagioni
di tè. Il raccolto viene fatto prevalentemente da sole donne
che camminando tra le grandi distese di cespugli di tè, selezionano
le foglie migliori. Il maggior pericolo in questo lavoro è
rappresentato dai serpenti velenosi come il cobra reale, il
crotalo, il pitone e le vipere volanti. Le lavoratrici non
sembrano particolarmente preoccupate perché dicono che è abbastanza
raro essere morsi, tanto che ci invitano a raggiungerle in
mezzo alla vegetazione. La sensazione è quella di trovarci
in un film tipo “Via col vento” tra le piantagioni di cotone.
Siamo in Assam e la lingua parlata da queste parti è completamente
diversa da quella della regione di Darjeeling, Luis fa non
poca fatica a farsi capire. Questa regione dell’India, a causa
di scontri tra le etnie locali, è potenzialmente pericolosa.
Spesso le macchine vengono fermate e banditi armati e bendati
tentano di estorcere denaro. Noi fortunatamente non abbiamo
fatto brutti incontri.
Alle 11.30
arriviamo in Bhutan dove ci aspetta Renzine, ragazzo bhutanese
che ci accompagnerà nel nostro viaggio. Passata la dogana
indiana dobbiamo aspettare 1 ora perché i bhutanesi compilino
i documenti necessari per farci ottenere il visto. Abbiamo
subito occasione di scontrarci con il modo di ragionare dei
bhutanesi che sarà un grosso problema per tutto il viaggio.
Abbiamo l'itinerario che ci ha mandato l'agenzia di Thimphu,
ma la nostra guida non è stata assolutamente informata delle
nostre richieste, di cosa vogliamo fare e soprattutto non
sa nemmeno che faremo il viaggio in bici. Tutto questo lo
mette immediatamente in crisi, perché non sa cosa deve fare
e cerca di convincerci a cambiare itinerario. La situazione
è alquanto imbarazzante anche perché non abbiamo alcuna intenzione
di cambiare idea e la cosa è resa ancora più fastidiosa dal
fatto che la tassa turistica in Bhutan è di 230 USD al giorno
a testa e quindi, nel vero senso della parola, il tempo è
denaro. Eppure ci siamo organizzati con largo anticipo appunto
per evitare problemi di comprensione reciproca e l'agenzia
bhutanese ci aveva assicurato che era tutto a posto, nonostante
le nostre inusuali richieste. Di fronte all'evidente imbarazzo
della guida, mentre l'autista è andato a cercare non si sa
dove un portabagagli per le bici, capiamo che agitarci non
serve a niente e cerchiamo di sorridere dicendo che non c'è
problema. Dopo 3 ore di attesa (equivalenti in tassa turistica
a circa 60 Euro a testa) finalmente ritorna l'autista con
un portatagli montato sul tetto della macchina. La cosa assurda
è che il mezzo a nostra disposizione può portare circa 15
persone e quindi sarebbe stato sufficiente mettere le bici
dentro, magari togliendo la ruota davanti. Niente da fare,
vogliono caricarle sul tetto ma non sono capaci (forse non
hanno mai visto una mountain-bike!) e perdi più le vogliono
mettere in piedi!! Finalmente dopo un’ora partiamo con le
bici legate in un modo tale che per scaricarle ci vorranno
almeno due ore! Nonostante tutto continuiamo a sorridere per
cercare di far sentire a suo agio la guida, anche se vorremmo
buttarla in fosso. In compenso ci sentiamo dire :” meno male
che voi siete così tranquilli, non capisco perché questi turisti
occidentali hanno sempre così tanta fretta, specialmente i
tedeschi si arrabbiano per qualche minuto di ritardo…”. Almeno
così ci consoliamo: non siamo gli unici malcapitati. Arriviamo
a Thimphu, la capitale del Bhutan alle 21 (dopo 6 ore e 175
km). La strada è sconnessa, polverosa e trafficata da tantissimi
camion indiani. Lungo il percorso gente del Nepal che lavora
alla manutenzione stradale in condizioni pietose in mezzo
al fumo dell’asfalto. Il Bhutan è un paese ricco grazie alla
vendita di elettricità e alle continue sovvenzioni dei paesi
occidentali. I bhutanesi evitano quindi i lavori faticosi,
perché sanno che ci sono stranieri disposti per poche rupie
a farli al posto loro e d’altro canto non sarebbero in grado
di svolgerli ( da poco tempo a Thimphu è stata aperta una
scuola che ha lo scopo di avvicinare i bhutanesi ai lavori
manuali).
07/03 Dopo la colazione
visitiamo il Memorial Chorten, costruito in memoria dell'ultimo
Re del Bhutan nel 1974, visitiamo poi il tempio Changangkha
del 15° secolo. Proseguiamo poi per Sangyegang, punto panoramico
da cui si può vedere tutta la valle. Ci fermiamo poi al Zilukha
Nunnery e all' " Institute of Arts and Crafts".
La mattinata termina con il " National Textile museum
& the Folk heritage museum". Come da programma avevamo
richiesto di evitare ogni giorno le soste per il pranzo, che
ci avrebbero fatto perdere troppo tempo e comunque di cenare
sempre in ristoranti locali. Questo perché gli hotel sono
normalmente lontani dai centri abitati e il turista finisce
per rimanere isolato dalla vita di tutti i giorni. Per lo
stesso motivo avevamo richiesto di dormire in case locali.
Vista l’esperienza del giorno precedente e avendo capito che
sarebbe stato difficile ottenere quanto previsto da programma,
già nella prima mattinata avevamo iniziato a ripetere alla
nostra guida quello che volevamo fare e che c’era ben scritto
sul foglio che la sua agenzia gli aveva consegnato. Pensavamo
che il nostro continuo ripetere avrebbe finalmente sfondato
quel muro. Avremmo poi scoperto che questo modo di ragionare
così diverso da quello di ogni altro paese è comune alla maggior
parte dei bhutanesi ed è causato anche dall’isolamento in
cui sono vissuti gli abitanti del Bhutan fino a 50 anni fa.
Per quanto la situazione sia per noi difficile da affrontare,
continuiamo a ripeterci che non è assolutamente giusto giudicare
un modo differente di vivere. Gli indiani in particolare considerano
i bhutanesi come degli allocchi da spremere in ogni modo.
Questa ingenuità mista a onestà e assoluta mancanza di conoscenza
del mondo esterno, rendono gli abitanti del regno del drago
facili prede “dell’inventiva indiana”. Ad esempio i bhutanesi
non scendono mai dalla macchina in territorio indiano, perché
sanno che gli indiani, riconoscendo la targa (BT=scemo) e
l’abbigliamento, li fermano e con ogni sorta di pretesto gli
estorcono denaro (in mezzora di strada anche alla nostra guida
hanno richiesto ed ottenuto l’equivalente di 40 euro!).
Ritornando alla
nostra seconda giornata in Bhutan, la guida ci porta a mangiare
a pranzo in un ristorante locale, facendoci perdere almeno
due preziosissime ore. Nel pomeriggio finalmente siamo liberi
di girare per la capitale con le nostre bici. Visitiamo il
mercato settimanale della verdura dove vengono tutti gli abitanti
della valle e pedaliamo tra gli sguardi incuriositi della
gente. Anche noi siamo meravigliati nel vedere i loro vestiti,
uguali a quelli che portavano mille anni fa. Se non fosse
per le poche macchine che circolano, sembrerebbe di essere
in pieno medioevo. Unica capitale al mondo senza semafori
e unica forse dove è impossibile perdersi. Infatti Thimphu
ha solo una strada principale ed è veramente molto piccola
per essere una capitale (circa 40.000 abitanti).
08/03. Dopo la
colazione partiamo in bici per Punakha (77 km e circa 7 ore).
Lungo la strada ci fermiamo al passo Dochula (3100m) per vedere
le montagne dell' Himalaya orientale ma siamo immersi nelle
nuvole. Se non fosse per le moltissime bandiere di preghiera,
il paesaggio sarebbe simile alle nostre alpi, con i pini e
i cipressi. La definizione di “ultimo Tibet” ci sembra completamente
fuori luogo, niente ci ricorda questo paese, ad iniziare dai
panorami così diversi. Proseguiamo e in un villaggio ci vengono
incontro alcuni bambini che vogliono provare le nostre bici.
Arrivati vicino
a Punakha, ci accordiamo per l’inevitabile pranzo: mentre
preparano da mangiare, possiamo andare in giro per il paese.
Arrivati in città, visitiamo il Punakha Dzong e ci sistemiamo
in una casa locale, ospiti di una sorella di Renzine. Abbiamo
vinto…. per ora. La stanza che ci preparano è quella dedicata
alla preghiera. Le coperte sono abbondanti anche perché non
ci sono vetri ed è tutto aperto, considerato che siamo a 2300
mt e fa freddino di notte. La famiglia che ci ospita è ricca
e la casa è molto grande, con due camere per dormire e la
stanza da pranzo. Di sera mangiamo con loro. Il tipico pasto
bhutanese (colazione,pranzo e cena ) è costituito da riso
bianco o di qualità rossa con peperoncino e verdure. Tutta
la famiglia siede per terra e con le mani lavora il riso a
cui aggiunge il peperoncino fino a formare una pallina. A
causa della religione buddista non è permesso uccidere animali
e quindi la carne viene importata dall’India e poi essiccata.
Nei ristoranti locali si trovano anche il daal bhat e i momo
nepalesi e qualche piatto cinese come i tagliolini liofilizzati.
Altro piatto caratteristico del Bhutan sono le patate lesse
con formaggio e peperoncino (vero protagonista della cucina
locale, viene anche mangiato da solo a pezzetti).
In Bhutan l’uomo
e la donna hanno gli stessi diritti e i costumi sessuali sono
liberi. In pratica ognuno può vivere come crede e non è necessario
sposarsi. In casa il marito e i figli aiutano la donna a cucinare
e a fare i lavori domestici e tutti danno il loro contributo.
I bambini sono molto amati ed è considerato positivo averne
anche più di 10.
09/03. I nostri
amici ci prestano i loro migliori abiti perché oggi dobbiamo
andare a vedere il festival ed è meglio vestirsi in modo consono.
Le donne portano il kira formato da una tunica di colore
vivace lunga fino ai piedi e bloccata all’altezza della vita
da una cintura di stoffa. Sopra a questa si indossa una giacca
di seta . Gli uomini portano il gho, un lungo abito che piegato
all’indietro e bloccato con una cintura arriva al ginocchio.
Calzettoni di tipo scozzese di colore scuro completano il
tutto. Il festival di Punakha dura 5 giorni duranti i quali
si susseguono preghiere e danze in maschera. I monaci indossano
abiti raffiguranti divinità e danzano. La festa è molto importante
per la gente del posto che accorre da tutta la regione sfoggiando
gli abiti migliori. Incontriamo anche alcune donne laya con
il loro caratteristico cappello conico,appartenenti ad un’etnia
che vive a più di 3000 mt di altezza.Nel pomeriggio dopo esserci
cambiati i vestiti proseguiamo in mountain-bike per
il Khamsum Yule
Namgyel monastery, il villaggio di Wangdi Phodrang e Tashithang
a 23 km da Punakha. Rientriamo in città verso sera.
10/03 Dopo la colazione ritorniamo alla
fortezza per vedere altre danze a cui partecipa anche il cognato
di Renzine. Proseguiamo con le biciclette per il passo Dochula,
fermandoci per il pranzo in un villaggio deserto perché tutti
gli abitanti sono al festival. Renzine decide quindi, visto
che anche il ristorante è chiuso, di improvvisarsi cuoco e ci
dà da mangiare brodo avanzato con uova e tagliolini utilizzando
la cucina del locale.Sul passo di Dochula nevica e quindi scendiamo
in fretta. Lungo la strada alcune persone ci fermano perché
vogliono acquistare le nostre bici, ma Renzine gli dice che
le comprerà lui.
In tarda serata
arriviamo a Paro, seconda città del Bhutan che ospita l’aeroporto
internazionale.
11/03 Dopo la colazione
proseguiamo per Ramthangkha e saliamo a piedi fino al Taktsang,
monastero costruito vicino alla grotta in cui meditò il Guru
Rimpoche arrivato dal Tibet, uno dei più venerati luoghi sacri
buddisti al mondo. Visitiamo poi la valle di Paro, dove le
facciate delle abitazioni sono decorate con affreschi raffiguranti
l’organo sessuale maschile a protezione degli spiriti maligni.
Le case sono fatte in terra battuta e gli infissi sono di
legno finemente lavorato.
Rientrati a Paro,
visitiamo il National Museum con la sua grande collezione
di francobolli (la produzione di francobolli in Bhutan rappresenta
una grande fonte di reddito). In città, come in tutto il resto
del paese, mancano completamente negozi di souvenir e articoli
per turisti. Nessuno ti ferma per cercare di vendere qualcosa.
12/03. Purtroppo
questa settimana l’unico aereo che parte da Paro va a Bangkok
e quindi siamo costretti a rientrare in India da Phuentsholing
dove arriviamo in tarda serata. Renzine compra le nostre 2
mountain-bike e per nostra fortuna stabilisce lui il prezzo.
Abituati infatti agli altri paesi asiatici in cui i prezzi
sono bassissimi e tutto si contratta, noi avremmo sicuramente
proposto un prezzo più basso. In Bhutan invece sono ricchi
e appena hanno qualche soldo in mano lo spendono perché dicono
che la vita è breve ed è giusto divertirsi. Spesso i negozi
e i locali sono chiusi: i proprietari preferiscono andare
in vacanza a spendere quanto guadagnato e lasciano ai dipendenti
la gestione del locale.
13/03. Alle 6.30
partiamo per Bagdogra (3-4 ore di macchina ) dopo aver collezionato
un’altra serie di timbri alla dogana indiana. L’aereo (volo
Bagdogra- Dheli delle 12.35) fa sosta in Assam e quindi i
controlli antiterrorismo sono severissimi. Ci perquisiscono
2 volte e il bagaglio a mano viene ispezionato rovesciando
lo zaino e controllando ogni cosa nei minimi dettagli. Le
batterie , comprese anche quelle della macchina fotografica,
non sono ammesse e vengono sequestrate. Arriviamo in orario
a Delhi dove con un taxi prepagato raggiungiamo l’hotel Namaskar.
15/04 Ore 02 del
mattino aereo per Zurigo.
Per maggiori informazioni visita il sito:
http://digilander.libero.it/markska2000
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