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ASIA . INDIA

Il "Pianeta India" secondo Belma

Autobus e Autorisciò


Se vi capita di passare per l'India, non perdetevi un giretto in autobus di linea o in autorisciò (l'Apepiaggio taxi).
E' sempre un'esperienza interessante. Ne vale la pena. Altro che le Montagne Russe o il Tunnel dell'orrore al Luna Park.
Sull'autobus ci sono 3 addetti: uno che guida, uno che fa i biglietti, il terzo col fischietto per fermare e ripartire.
La gerarchia fra loro è ben definita; guai a confonderli. Il fischiatore "studia" da bigliettaio che, a sua volta, "studia" da autista.
Sull'autobus non ci sono porte né vetri ai finestrini. Nella stagione secca fa un caldo boia e la circolazione dell'aria serve a calmierare l'effetto "camera a gas". Quando piove, l'acqua entrerebbe ugualmente da tutte le parti. Quindi, non servirebbero a nulla.
Se ci fossero le porte, poi, come farebbe la gente ad aggrapparsi fuori?
Gli autobus sono versione "double decker" (a due piani) come a Londra.
Solo che in questi il piano superiore è.......il portabagagli. Deve essere tuttavia un posto ambito se ci si siede sempre così tanta gente.
Anche se l'autobus è stracolmo, problemi di posti a sedere difficilmente ne avrete. Troverete sempre qualcuno mosso a compassione dal vostro centrifugare da un paio di ginocchia secche e appuntite, all'accogliente seno della signora di fronte.
Se sedete nella parte destra (qui guidano al centrosinistra), evitate di appoggiare il braccio al finestrino. Potreste vedervelo troncare di netto da un altro autobus che passa a mezzo millimetro.
Su ogni autobus trovate la scritta "No smoking". Dura capirne il motivo visto che è tutto aperto. Forse temono deflagrazioni dovute alla miscela fra gas "corpi ammassati" e smog esterno.
Eccetto santoni e pellegrini, che solitamente camminano a piedi, sull'autobus trovate ogni faccia dell'India. Quasi sempre sarete gli unici "extracomunitari". Il prezzo è alla portata di tutte le tasche. Con 8 rupie (350 lire), vi scarrozzano per ore.
Se dovete invece spostarvi in centri abitati, prendete l'autorisciò.
E' ancora più intrippante. L'autorisciò è il taxi per eccellenza di ogni centro abitato, piccolo o grande che sia. Lo trovate ad ogni angolo di strada. E' una motocarrozzetta con guida a manubrio. Coperta, ma senza portiere. Nella stagione dei monsoni, comfort raddoppiato allo stesso prezzo. Oltre all'abbondante acqua piovana, ne ricevete altrettanta gratuitamente dai mezzi che vi passano a fianco.
A differenza dell'autobus, abituato a spadroneggiare nel traffico, qui avete sempre l'impressione che tutti vi vengano addosso.
Tranquilli! Succede molto raramente.
Più facile invece, se non vi reggete bene, essere catapultati fuori e trovarvi in qualche cesta di banane (le curve sono sempre abbordate alla Valentino Rossi).
I centaurotaxisti hanno spirito "kamikaze". Se intravedono 28 centimetri fra un autobus e un camion, loro ci si infilano.
Se soffrite di cuore, il miglior consiglio è tenere gli occhi chiusi.
Meglio ancora, usare quelle mascherine cieche omaggiatevi in aereo per dormire che tenete nel vostro marsupio come nuove (visto che, a causa di hostess troppo zelanti o del vicino con evidenti problemi alla vescica, non le avete potute sfruttare).

Bombay e AIDS

Bombay (o Mumbai come ama farsi chiamare da qualche tempo), è un po' come l'AIDS: se la conosci, la eviti.
Ogni volta che t'azzardi a rimetterci piede, te ne penti.
Bombay è una sorta di lama infilata nel Mar Arabico. Nonostante ciò, l'inquinamento è a livelli mostruosi. Lo smog, poi, è così spesso che per fare quattro passi ti serve un machete.
Sulle strade principali, le vacche hanno dovuto lasciare il posto a catorci "anni 50" tenuti insieme non si sa come e non si sa da cosa.
Gli scarichi sono da "locomotiva del gambadilegno".
Le vacche, però, non sputavano tutte queste schifezze. Non erano ciminiere senza filtro ambulanti. Tuttalpiù lasciavano qualche ricordino per terra.
Se le vacche hanno lasciato le strade del centro, i senzatetto invece no.
E sembrano in numero sempre crescente. La sera, a pochi passi dal Taj Mahal o dell'Oberoi (stanze anche da 400/500 dollari a notte), li vedi stendere cartoni, vecchie stuoie, sacchi vuoti, su cui l'intera famiglia raggomitolata passerà la notte. I genitori ai lati; i bimbi in mezzo.
Stretti, stretti. L'uno incollato all'altro. Forse per sentirsi più uniti.
Forse per sentirsi sempre....famiglia.
La gente di Bombay è diversa dal resto dell'India. Pochissimi i maschi (perlopiù anziani) che vestono all'indiana. I saari delle donne sembrano scoloriti, spenti. Ben diversi dalla brillantezza che trovi da altre parti (Rajastan in testa).
La sporcizia, invece, non è diversa. Quella c'è, e c'è dappertutto. Ti vien da ridere (si fa per dire) quando vedi cartelli che ti invitano a mantenere pulita la città. Come cavolo fai? Anche ammesso che lo volessi, non trovi un cestino, un bidone, un portarifiuti qualsiasi in tutta la città.
Un'altra cosa resta immutata nel tempo come le guardie svizzere del Vaticano: le "bidonville" della periferia. Tende fatiscenti; casotti di tolla o, per i più fortunati, in pseudomuratura. Ti danno il benvenuto già mentre stai atterrando e ti martellano con continui pugni allo stomaco nel faticoso tragitto verso la città.
Non puoi fare a meno di guardare. Il taxi o l'autorisciò che hai preso è sempre fermo. Per fare 100 metri in questo traffico non ti basta mezz'ora. Ai finestrini picchia ogni sorta di rifiuto umano. Donne con in braccio piccoli in condizioni pietose. Bambini e ragazzi che presentano incredibili malformazioni o mutilazioni (non mi stupirei fossero state fatte apposta da gente senza scrupoli). Non ti puoi azzardare a far scivolare una moneta nelle mani di qualcuno, che subito il tuo mezzo è preso d'assalto. Mille dubbi ti tormentano se è giusto o meno farlo. A freddo diresti di no, visto che difficilmente quelle monete finiranno in buone mani. Ma ciò che hai davanti ha sempre la forza di sconvolgerti, anche se l'hai visto ormai decine e decine di volte.
Un cartello di 30 metri quadri troneggia sopra alcuni ruderi:
"Cerchi un futuro più radioso? La risposta è in Internet!"
Cavolo! La risposta allora c'è! Qualcuno, però, lo dovrebbe dire a questa gente che forse non sa leggere.
O magari non ha letto il cartello perché è proprio a picco sulle loro teste.

India, calcio & cricket

Che l'India sia un altro pianeta, non lo scopro certo io.
Estrema indigenza ed inestimabili ricchezze. Religiosità permeante, misticismo, fatalismo, rassegnazione. Serena accettazione di inenerrabili sofferenze, di privazioni, del proprio ruolo di "inferiore".
Ma l'India si distingue anche per qualcosa di molto più banale: non si vede, non si sente, non si annusa nulla che sappia di "calcio".
E non ti sembra vero poterti finalmente disintossicare da rigori negati, reti annullate, vittimismi esasperati, tifoserie da neurodeliri, ginocchi malandati di pseudofenomeni, che imperversano sui nostri mezzi di informazione. Che monopolizzano le conversazioni nei bar, nei ritrovi, negli uffici.
Non ti sembra vero poter guardare il mappamondo come tale e non come se paralleli e meridiani fossero stati messi apposta ad immagine e somiglianza del Dio Pallone.
Non ti sembra vero poter gustare aspetti diversi del creato che ci circonda, senza dover condizionatamente riflettere come guerre, distruzioni, inquinamenti e brutture di ogni genere, stiano sempre più trasformando la Terra in un enorme pallone spinto a calci verso una "rete", senza ritorno di "palla al centro".
In India no. Qui la gente non conosce il calcio; non parla di calcio; non ti assilla con i nomi dei calciatori italiani o dei conterranei che giocano in Italia, come succede in ogni più remoto angolo del mondo (Africa e America latina in testa).
Qui no. Qui giocano a cricket (una delle tante cosette lasciate dagli inglesi). Giocano a cricket in divise immacolate, su splendidi "green" (rasati ovviamente all'inglese). Giocano a cricket vestiti di ciò che resta di magliette e pantaloncini in nauseabondi spiazzi ricavati fra mucchi di immondizie. Persino nell'area tibetana, 200 km ovest di Bangalore, giocano a cricket, e lo fanno anche abbigliati da bonzi.
Insomma, tutti i maschi indiani, dall'infanzia alla giovinezza, giocano a cricket (quelli, ovviamente, a cui è lasciato tempo per giocare).
Le ragazze no! Purtroppo per loro, ci sono sempre cose ben diverse e ben più pesanti da fare.
Ma chi non gioca, non assilla gli altri parlandone da esperto. E chi gioca, si diverte e basta. Non passa nemmeno per l'anticamera del cervello l'idea dei..."Processi".
L'India è quindi un'oasi paradisiaca contro il demone pallonaro.
Mentre in attesa dell'imbarco per il ritorno sto riflettendo anche su questo, un indiano, voglioso d'attaccare bottone, mi chiede da quale città italiana provengo.
Alla mia risposta ribatte senza esitazione:
"Is your favourite team Inter or A.C.Milan?" (Tieni all'Inter o al Milan?)

Le "formicostrade" indiane

Le strade indiane sono identiche alle "formicostrade", quelle stradine costruite da tribù di formiche stracariche a forza di avanti-indietro.
Unica differenza, mentre nelle formicostrade c'è una sola categoria di utenti (le formiche, appunto), nelle strade indiane ci trovi di tutto.
Autobus con gente a grappoli appesa fuori (quando sul tetto non ce sta più); autocarri che sembra stiano sempre per schiattare per il troppo peso; catorci nati un secolo fa come automobili; motofurgoncini adibiti a taxi; motorini e biciclette su cui stanno intere famiglie con bagagli annessi; pedoni con testa adibita a portapacchi; carri trainati da buoi; carrettini a mano; mucche vaganti, ecc. ecc. Se ti ci trovi in mezzo, impazzisci.
Tutti che strombazzano o scampanellano. Dietro ogni furgone puoi leggere addirittura un invito esplicito: "Horn please" (suonare per favore).
Tutti che vogliono andare. E vanno, fregandosene apparentemente di ogni regola e codice.
Tutti che vogliono passare. E passano, fregandosene apparentemente di ogni precedenza. Se un automobilista europeo (napoletani esclusi) dovesse guidare lì, rimarrebbe impalato per mesi.
Si direbbe non esista un codice comportamentale. Ed invece c'è ed ha una sua precisa logica. Autocarri e autobus si contendono il potere assoluto. Ambedue strapazzano l'automobilista che, a sua volta, aggredisce l'autorisciò (l'Apepiaggio taxi per intenderci). Il taxista, per natura, difficilmente accetta di farsi calpestare e allora se la prende coi motorini che, a loro volta, si rifanno sui ciclisti. E...tutti insieme.... stirano il povero pedone.
Si direbbe che ogni "driver", anziché la patente, faccia una sorta di licenza di caccia:
"Io ho la licenza rossa. Posso stirare 3 pedoni al giorno".
"Io, invece, ho fatto direttamente la gialla. Ne posso stirare 5 senza limiti d'età".
Ti viene spontaneo guardare poi se sui parafanghi trovi spalmato qualche indianino come i moscerini sul parabrezza.
Le vacche sono un capitolo a parte. Loro sono sacre e fanno quel cavolo che vogliono. Se ne fregano di tutti e obbligano i conducenti a peripezie da rallysafari.
Le strade sono stretti budelli gruvierati in cui le profonde buche sono tenute insieme da qualche manciata d'asfalto. Nei centri abitati le strade sono larghe, quando va bene, un metro e mezzo. Rigorosamente a doppio senso di circolazione. Negozietti con vasta esposizione di merce all'esterno. Nell'abbattimento di altarini improvvisati, gli automezzi hanno una particolare preferenza per abbigliamento e frutta. Le vacche, invece, preferiscono i banchetti di verdura. I negozianti hanno il loro bel da fare ad allontanarle a bastonate senza farsi vedere.
Fuori, invece, lo spazio non mancherebbe per allargare la carreggiata, ma a loro deve andare bene così visto che ai bordi ci trovi pure banchetti con relativi clienti.
Il nastro d'asfalto (si fa per dire) non supera i due metri e tutti ne rivendicano il diritto. Tutti marciano al centro. E non è che rallentino o si fermino se un autocarro arriva in direzione opposta. Fai conto di essere seduto in uno di questi 'autobus-shaker". Un altro arriva in direzione opposta. Vedi uno slargo di 3O centimetri. Preghi che uno dei due si fermi e faccia passare l'altro. Un tubo!!!!! Quelli proseguono uno contro l'altro come due Cavalieri che giostrano per "il cuore di una pulzella in fiore".
"Non ci passeremo mai", pensi fra il disperato e il rassegnato. E ti prepari al cozzo.
Miracolo!!! Non capisci come sia potuto accadere, ma ti vedi sfilare l'avversario a meno di mezzo millimetro. Una mano appoggiata fuori dal finestrino e ti ritrovi come Capitan Uncino.
In India, le divinità non mancano di certo. Evidentemente ce ne deve essere anche una che, quando serve, ha il potere di snellire i mezzi come nei film di Stanlio e Ollio.

Storielline dal "Villaggio dell'Amore" (Olavina Hally)

"Possano pace, amore e serenità regnare in questo luogo"

Storia n.1 : "Bella ciao, bella ciao, ciao, ciao..........."

Canta Bawani. Canta "Bella ciao" ed intanto batte ciò che è rimasto di mani e dita.
Bawani, come la maggior parte delle donne qui dentro, è stata aggredita dalla lebbra.
Ma non è triste. Anzi, ti sa trasmettere allegria e tanta serenità.
E così le altre, le sue amiche di qui.
Abbiamo cantato molto stamattina. Ho registrato molti canti. Bawani e le altre non avrebbero mai voluto finire e si divertivano un mondo risentendo poi la loro voce.
E ancor di più si divertivano quando, dopo ripetuti tentativi, cantavo con loro sbagliando la pronuncia di molte parole.
Canta Bawani. Canta "Bella ciao, ciao, ciao" . Le sole due parole di italiano che conosce, imparate evidentemente da qualcuno venuto prima.
Canta Bawani. Canta per ringraziare Daniela e me per aver diviso alcuni momenti con loro.

Storia n. 2 : L'armonica di Gopala

E' giorno speciale oggi per Gopala. E' un giorno di festa grande quando gli metto fra le mani la mia vecchia "Bravi Alpini" per sostituire la sua piccola armonica ormai consumata dall'uso.
La tasta un po' con ciò che una volta erano mani normali. La porta alla bocca. Prova un paio di accordi e subito riesce a trarne melodie struggenti; musica carica di nostalgici ricordi.
Sembra l'abbia suonata da sempre.
Nel letto che ormai non è più in grado di lasciare, Gopale passa le sue ore suonando l'armonica.
Non vede ciò che lo circonda (Gopala è anche cieco) e, forse, preferisce non ascoltare le voci vicine.
Gopala suona, suona, suona tutto il giorno.
Forse quelle melodie l'aiutano a costruirsi un mondo nuovo. Un mondo tutto suo. Un mondo dove tutti hanno di che mangiare. Un mondo dove tutti vivono felici.

Storia n. 3 : Utham, il buono

Utham il buono, il giusto.
Nome più appropriato non potevano scegliere per questo diciassettenne dagli occhi grandi e sinceri.
E' arrivato piccolissimo in questo "Villaggio dell'Amore".
E' arrivato con la madre ripudiata dal marito quando, sulla pelle, cominciavano a manifestarsi strane macchie.
Utham è cresciuto qui. Questa è la sua casa, anche se da qualche tempo abita in una casetta tutta sua.
La vecchia suora che l'ha accolto è, con la madre, il suo più importante punto di riferimento. Gli sfortunati che abitano il villaggio sono i suoi parenti più prossimi.
Utham studia con profitto. Frequenta la scuola superiore in un College religioso a una ventina di kilometri.
Ogni mattina prende l'autobus e il pomeriggio torna.
Studiare gli piace. Sicuramente vede nella scuola il grimaldello per poter forzare la porta che apre su un mondo non certo facile da quelle parti. Il suo pensiero fisso è di poter fare, in futuro, qualcosa che possa aiutare la sua gente; la gente meno fortunata. Per sdebitarsi con Dio di ciò che una vecchia suora fece un giorno con lui.
Non fa pesare il suo essere studente. Non si tira mai indietro quando c'è qualcuno da aiutare o qualcosa da fare (come aiutare la madre nella cura di polli e maiali).
Steven è il suo nome di battesimo. Steven è il nome che usa anche a scuola. Ma per la madre e per me rimarrà sempre Utham.
Utham il buono. Utham il giusto.

Storia n. 4 : Indiani.....con le piume

"Heeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeh"
Un urlo di guerra indiano ("di quelli con le piume, non di quelli che han fame", come cantavano Cochi e Renato), squarcia l'ovattato silenzio del Villaggio. Villaggio vivo, operoso, ma in cui tutti sembra camminino in punta di piedi.
Come stessero scendendo dalla collina per lanciarsi all'assalto di una carovana di pionieri, una ventina di bambinetti d'ambo i sessi sta proiettandosi nella mia direzione.
Sagit in testa. Sagit, 5 anni, figlio di addetti alla piantagione di caucciù. Colorito chiarissimo; tratti somatici più tailandesi che hindu; occhi vivaci che sfidano i tuoi a chi li abbassa prima. Sagit è un po' il leader del gruppo "Scuola Materna". La sua vocetta ultrasonica sovrasta le altre trascinandole nell'assalto.
Mi appresto a fronteggiare l'urto. Il giorno prima, preso un poco di sorpresa, ho arrischiato di mandare nuovamente a ramengo il ginocchio neomeniscato.
In un baleno mi ritrovo le braccia come grappoli d'uva, con bambinetti aggrappati a mò di acino.
"Ginghe lbell, ginghe lbell, ginghe lolde ve" (Jingle bells, nella pronuncia loro).
Un paio di giorni prima ho avuto la brillante idea di insegnarglielo al ritmo di "danza della pioggia" fatto in girotondo. E ora, con me in mezzo a fare da sciamano, mi danzano intorno in un interminabile canto propiziatorio eseguito a squarciagola.
All'improvviso, il mio sguardo è attratto dalla vicina chiesetta.
Sul portoncino, il gruppetto di suore. Erano lì per la quotidiana meditazione. Fortunatamente, anche la Superiora ha il sorriso sulle labbra. Per le giovincelle è normale. Quelle ridono sempre, qualsiasi cosa succeda.
Evidentemente, questo trasgressivo fuori programma portato da uno sciamano "extracomunitario", non deve essere sembrato opera del diavolo.

Storia n. 5 : Un diavolo di suora

"Carrrrissimiii!!! " (corretto con 4 erre)
Mi abbraccia e mi bacia come avessimo costruito insieme la Muraglia Cinese.
Posso capire lo faccia con Daniela che conosce da qualche anno.
Ma con me? L'ho vista una sola volta. In clinica. Una gamba fratturata. Smaniosa di tornare fra la sua gente e preoccupata che non la lasciassero ripartire.
Le avevo ribadito il desiderio, già anticipatole da Daniela, di passare qualche giorno a "Olavina Hally" (Villaggio dell'Amore).
"Ti aspetto!" . Semplicemente. Senza altre domande.
Ora sono qui. Felice, ma preoccupato di non essere all'altezza. Preoccupato di deludere questo scricciolo di 90 anni per 35 kili, con l'audio costantemente inserito (non tace nemmeno nei momenti di silenzio che il suo ordine prevede).
Ci accoglie nel suo Villaggio dell'Amore, fra la sua gente, orgogliosa di questa cittadella che per tutti era un sogno, un'utopia, un progetto irrealizzabile.
Per tutti. Ma non per lei.
Sempre controcorrente. Sempre "Bastian contrario". Testarda come un mulo; un mulo gentile; un mulo dolce; un mulo col sorriso sempre stampato sulle labbra. Un mulo friulano, come le sue origini.
Da 65 anni in India. E sempre fra gli ultimi, i meno fortunati, quelli rifiutati da tutti.
Per lei non esiste la parola "impossibile", a costo di scomodare le più alte gerarchie statali o ecclesiastiche.
Le negano i permessi? E lei arriva fino al Primo Ministro.
Le negano il rimpatrio per farsi operare o non la lasciano ripartire perché troppo anziana? E lei arriva fino al Papa, se necessario.
E' sicuramente un personaggio scomodo da gestire. Bastoni fra le ruote ne ha sempre trovati tanti. Anche da chi dovrebbe essere dalla sua parte.
"Se Dio ha voluto che fossi qui, è perché si può fare. Altrimenti avrebbe scelto un'altra".
Non c'è progetto che non sia andato a buon fine.
"Ma i soldi? Come faremo a pagare?"
"Noi cominciamo a fare. Vedrete che al resto ci penserà Lui"
Ed i soldi arrivano. Non si sa come, ma arrivano sempre. Anche per finanziare i progetti più ambiziosi e costosi. Gli amici, i sostenitori, si moltiplicano come i famosi "pani e pesci" del suo Amico là in alto.
Singoli, famiglie, comunità, associazioni, interi paesi. E non solo in Italia. Risponde a tutti personalmente. Se non c'è tempo di giorno, lo ruba alle pochissime ore di sonno: "Tanto, alla mia età, bastano un paio d'ore".
Le altre suore, nelle camerette accanto, dormono cullate dal ticchettio di una macchina da scrivere. Ma nessuna protesta. Nessuna si lamenta.
E come faresti con un tipo così?
"Se mi hanno mandato anche una macchina da scrivere, è perché Dio vuole che la usi".
Non si po' spiegare un tipo così. E' Suor Amelia. Suor Amelia, e basta.
Suor Amelia, un diavolo di suora.

Belma

 


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