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PATAGONIA
2000 & TIERRA DEL FUEGO
3500 Km in solitaria verso la fine del mondo
DURATA : 60 gg e
3332 km.
PESO: 45 chilogrammi più 5 litri di scorte di acqua
DIFFICOLTA': Sollecitazioni meccaniche, distanze tra
i centri, notevoli variazioni climatiche, venti fortissimi
sugli altipiani, notevole escursione termica tra giorno e
notte.
ANIMALI : Guanachi, nandù, volpi colorate (zorro colorato,
puma patagonico (felis concolor) poco più grande di un gatto,
pinguini a Punta Arenas
GLI ITALIANI IN PATAGONIA
Ovunque andrete, sarete coccolati quasi come figli, dal momento
che quasi tutti discendono da emigranti italiani. Alcuni vi
pregheranno di portare i saluti a parenti lontani o una lettera
di preghiera per S. Pietro. Troverete affetto e calore sincero.
QUANDO
Il periodo migliore per pedalare è tra novembre e marzo, durante
l'estate australe. Questi sono i mesi più caldi, ma il vento
costante da nord ovest aumenta di intensità spostandosi verso
sud e sugli altopiani desertici l'escursione termica si fà
altissima, con giornate infuocate e notti gelide. A nord le
temperature vanno da un minimo di 15° a un massimo di 30°;
a sud massima 17° minima 0°
COME
Si può raggiungere Buenos Aires in Argentina o Santiago in
Cile e successivamente volare con linee interne verso la località
scelta per l'inizio della pedalata. Tra le compagnie: Alitalia,
Iberia, KLM, Air France, oltre ovviamente Aerolinas Argentina
e Lan Chile che propongono biglietti per più tratte interne
a prezzi vantaggiosi. Costo da Lit. 1.500.000 a 2.200.000
in base al periodo e alle condizioni.
DORMIRE
In tutti i centri, anche i più piccoli è facile trovare un
tetto per dormire. Se non si hanno grosse pretese consigliabili
sono le tipiche "Hospedaje", camere in affitto presso famiglie
locali che permettono di usufruire di tutti i servizi, cucina
compresa, (ottimo modo per entrare a contatto con la gente
del posto). Nelle zone più disabitate l'ospitalità presso
le "estancias" (fattorie) non è mai negata, infine una buona
tenda è indispensabile per coprire le lunghe distanze tra
i centri abitati. Economico il Cile, cara l'Argentina.
ACQUA E CIBO
Quasi ovunque è potabile, fare attenzione alla vicinanza di
animali. Nel dubbio utilizzare pastiglie potabilizzatrici
(katadyn). Non c'è difficoltà a trovare pasta nei centri più
grossi, mentre la frutta e la verdura non sono invitanti nei
villaggi più piccoli. Assolutamente da avere sempre nella
borsa il "dulce de leche"; una crema di latte e zucchero cotti,
estremamente energetico e reperibile ovunque. La specialità
è la carne di agnello o vitello arrostita alla brace (asado)o
alla griglia (parrilla).
CARTOGRAFIA
Tra le guide utilissima la famosa Lonely Planet da portare
al seguito, mentre sono da leggere : "PATAGONIA E TERRA DEL
FUOCO", di (A.V.Anania-A. Carri), e la guida di D. Nucera
& G Nicoletti. In Italia sono poche le cartine dettagliate,
ma sono sufficienti ed è possibile reperirle presso: IL GIRAMONDO,
via Carena 3 (Pz. Statuto) Torino tel. 011-472815 ; LIBRERIA
DELLA MONTAGNA via Sacchi, Torino tel. 011-5620024; LIBRERIA
DEL VIAGGIATORE, Via del Pellegrino 78, Roma tel. 06-68541048.
Ottima la carta n° 44 della serie AUTOMAPA
MATERIALI E RINGRAZIAMENTI BICICLETTA : rigida in alluminio,
cambio xtr e ruote semislick fornita da DREAM TEAM ski & bike
service ASTI. (V. Morando , tel. 0141-217081) La ditta FERRINO
(S : Mauro torinese , tel. 011- 2230711) mi ha fornito le
BORSE posteriori, anteriori e da manubrio impermeabili e antistrappo
della "ORTLIEB"; la tenda (mod Blizzard) ottima conto il vento;
il sacco letto mod. Down micro HL, ideale per il cicloturismo
in luoghi freddi (800gr. e resistente a -10°). Per proteggere
i miei occhi da vento e sole mio sono servito degli occhiali
della ditta ARS optical (Vergiate VA). Materiale fotografico
consigliato e fornito da Asti Color laboratorio fotografico.
ABBIGLIAMENTO
Il clima assume molteplici caratteristiche in relazione all'altezza,
la latitudine ed ai venti. Sono necessari sia abbigliamento
leggero sia pesante. A nord si può pedalare in maniche corte,
a sud servono capi tecnici in gore-tex leggeri, protettivi
e traspiranti. Indispensabile una giacca a vento. Utili i
copriguanti impermeabili.
CONSIGLI
Controllate che le strutture portaborse non presentino saldature
deboli, se è il caso rinforzatele. Siate autosufficienti meccanicamente
e portatevi due copertoni di scorta (le pietre della ruta
40 sono particolarmente taglienti). Armatevi di un buon cavalletto
se fate autoscatti (vento). Organizzatevi con le scorte d'acqua
per 3-4 giorni (8 lit.).
Necessaria una tenda robusta contro il vento. Utilissimo il
filtro polarizzatore.
PATAGONIA
2000 & TIERRA DEL FUEGO 3500
Km in solitaria verso la fine del mondo
Patagonia e capodanno
2000!
Non voglio perdermi l'occasione per festeggiare l'ingresso
nel nuovo millennio in modo speciale. 500 anni dopo Magellano,
parto alla volta della terra più australe del pianeta. Sull'aereo
che mi porta da Buenos Aires a Esquel c'è il solito clima
che anticipa i grandi viaggi. Cartine e guide nuove si agitano
ovunque, mischiandosi ai giornali d'affari di chi viaggia
per lavoro. E' un continuo "donde vas usted ?" "where are
you going ?" e, come al solito, quando rispondo è uno spettacolo
l'espressione sbalordita del mio interlocutore. Ho preparato
tutto con estrema cura e le ore che mi separano da Villarica
(Cile) sono trascorse su un bus a pensare a come riorganizzare
i materiali all'arrivo. Forse cerco solo di allentare l'ansia
che mi pervade sempre all'inizio di una grande avventura.
Questo è il momento in cui mi devo separare dal mondo lasciato
a casa e concentrarmi sul presente, la mia nuova realtà. A
darmi il benvenuto é la regione dei grandi laghi, circa 700
km divisi tra Cile e Argentina. Al passo Tromen valico per
la prima volta la cordigliera Patagonica, che da nord a sud
divide i due stati e lungo la quale si svilupperà il mio viaggio.
Pedalo in una regione cosparsa da immensi specchi d'acqua,
selvagge foreste e boschi di araucarie ai piedi di maestosi
vulcani ricoperti di neve. Non c'è ambiente migliore per collaudare
materiali e gambe. L'unico problema, sulla pista "de los sietes
lagos", è la polvere terribile sollevata dai mezzi che la
percorrono. Costretto a pedalare per giorni con la bandana
sulla bocca, in quella che si definisce la Svizzera del sud
America, raggiungo Puerto Montt sulla costa cilena seguendo
la strada n°231 e costeggiando altri laghi da favola come
il Llanquihue. L'atmosfera che respiro è di altri tempi. Nella
nebbia, tra le tipiche case di legno colorate affacciate sulla
baia di Roncalvì, segno della massiccia colonizzazione tedesca,
trovo da dormire in una tipica "hospedaje". So che presto
queste comodità saranno solo un ricordo. Con uno dei percorsi
più suggestivi di tutte le Ande, il "Cruce de los lagos",
arrivo a San Carlos de Bariloche. Un'angusta via terrestre
e lacustre incorniciata da alte montagne, vulcani e da una
coloratissima vegetazione. Lasciata l'ultima frontiera del
turismo locale sotto una nevicata di fine inverno, mi inoltro
nella natura più selvaggia del Parco Naturale Los Alerces.
Ora si comincia a fare sul serio! Il fondo della pista è di
sabbia e ghiaia, su cui pedalare è veramente frustrante, ma
ricco di energie riesco a mantenere buone medie giornaliere.
Una sera, ormai troppo stanco per montare la tenda, mi accampo
all'interno di un capanno usato probabilmente dai gauchos
nei loro spostamenti. Cholila è un minuscolo villaggio perso
tra immense distese battute dal vento e al suo ingresso mi
capita di imbattermi in un ranch costruito con tronchi sovrapposti.
L'impressione di essere catapultati in pieno far west è forte.
Tipica dell'America del nord, questa costruzione è stata il
rifugio dei due banditi più braccati degli Stati Uniti all'inizio
del secolo: Buch Cassidy e Sundance Kid. Affronto 170 km di
pietre e salite durissime tra foreste incantevoli in piena
montagna. Ora capisco lo stupore di una guida locale quando
mi disse che sono veramente pochi i ciclisti a percorrere
tutta la pista con 35 kg. di bagagli. Sono felice, e galvanizzato
da questo primo successo e affronto la strada sterrata verso
il passo Futaleufu.
CARRETTERA AUSTRAL "Deserto verde".
Così Charles Darwin definì la regione quando nel 1831 la esplorò
per la prima volta. Oggi è attraversata da nord a sud dalla
mitica Carettera Austral, un lungo corridoio sterrato di 650
km compreso tra la città di Hornopiren e le sponde del lago
O'Higgins. Questa è l'unica via per raggiungere il sud cileno
dall'interno e attraversa una zona pressochè disabitata. I
lavori iniziarono nel 1976 per volere dell'ex dittatore Pinochet.
Oggi è possibile raggiungere solo Porto Yungay da dove i lavori
proseguono in mezzo alla foresta verso Villa O'Higgins. Sono
fortunato a incontrare alcune bellissime giornate di sole,
che unite alla strada non estremamente accidentata, mi regalano
immagini mozzafiato. Ma è proprio quando piove e c'è nebbia
che il fascino aumenta. Una natura integra mi avvolge, zone
in gran parte inesplorate, ricoperte dal manto verde di rigogliose
foreste subantartiche. Porto Puyuapi, sul fiordo Seno Ventisquero,
è uno dei due piccolissimi villaggi incontrati in cinque giorni
di marcia. Le sue poche costruzioni umide in stile mitteleuropeo
mi accolgono sotto un diluvio. L'atmosfera è veramente suggestiva;
montata la tenda accanto a un vecchio deposito del piccolo
porto mi concedo due passi "in centro". La quiete e la serenità
fanno sembrare i miei passi anche troppo veloci. Per le strade
piene di fango vedo solo gruppi di cani felici della loro
libertà e un signore sulla sessantina con abbigliamento da
ciclista. E' Richard, australiano di 65 anni, da un anno in
viaggio, prima in Europa, ora in Sud America. In queste condizioni
la simpatia è immediata. L'impressione è che il mondo sia
molto più piccolo. Incontrandosi, ognuno con le proprie origini
e la propria strada percorsa, avviene una sorta di assimilazione
del cammino dell'altro. Infondo non importa da dove veniamo
nè dove stiamo andando. Siamo due liberi cittadini del mondo!
Riprendo la strada tra torrenti impetuosi e picchi scoscesi
dai quali le acque dei ghiacciai si gettano nell'Oceano Pacifico.
Il lago Buenos Aires, il secondo lago del Sud America dopo
il Titicaca in Bolivia è separato a metà dal confine con l'Argentina.
Sulla cartina avevo già notato la sua grandezza, ma non potevo
immaginare il fascino di questo specchio d'acqua che mi appare
all'improvviso da un'altura con i suoi riflessi verdi, blu
e bianchi da oasi tropicale. Finalmente esco dalla morsa della
vegetazione umida e a volte opprimente che cede il posto a
spazi sempre più ampi e aspri.
RUTA 40
Uno scossone mi sveglia di soprassalto nella tenda. Mi sollevo
a sedere ancora chiuso nel mio sacco a pelo e per qualche
secondo non ricordo dove sono, dove ho allestito il campo
la sera prima quando, ormai buio, mi sono fermato. La luce
azzurra surreale che penetra dal telo mi avvolge e mi separa
dalla realtà. Vedo la tenda sopra di me agitarsi in modo drammatico
scossa da un vento incredibile. Mi ricordo che per la stanchezza
non ho affrancato i tiranti di sicurezza e corro il rischio
di vedere volare via tutto. Uscendo, ancora assonnato, vengo
quasi sbattuto a terra, ma riesco a legare i tiranti a grosse
pietre come un marinaio in balia di una tempesta. Eppure Capo
Horn e l'oceano distano ancora molto. La bici appoggiata dritta
a un masso priva del suo carico è stata sbattuta sulla tenda
causando una lacerazione per fortuna facilmente riparabile.
Mi circonda un cielo minaccioso, denso di nuvole che rotolano
sbattute prepotentemente dal vento. Anche i contorni lontani
dell'orizzonte, così statici nella loro immensità e monotonia,
sembrano agitarsi e prendere vita. Al riparo mi calmo. Sono
le quattro del mattino del quinto giorno di traversata della
RUTA 40, una pista durissima che porta a CALAFATE, circa 700
km a sud. Lasciato il paese di Perito Moreno, ci sono solo
due punti di rifornimento: uno è Bajo Caracoles, minuscolo
villaggio di 101 abitanti, dove l'arrivo di un turista è un
avvenimento. Di solito la sveglia è all'alba, il che mi permette
di percorrere una buona distanza con vento debole, prima che
nel pomeriggio si faccia troppo impetuoso. La Patagonia è
una terra così dinamica, viva e imprevedibile che per commentare
il terribile clima le popolazioni locali sono soliti ripetere
"esta es la Patagonia...!". Impossibile pedalare in queste
condizioni. Costretto nella tenda, la mia ansia maggiore è
per i quattro litri d'acqua che mi restano, perchè, dalle
relazioni di un ciclista australiano, per i prossimi giorni
il rifornimento sarà difficoltoso. L'obbiettivo è raggiungere
una estancia verso la fine della pista, a centonovanta chilometri,
entro tre giorni. L'unico modo che ho per razionarla al meglio
è bere l'acqua usata per cuocere la pasta ed evitarne l'uso
per l'igiene personale. Mi trovo a centinaia di chilometri
dal più vicino centro abitato su una pista sterrata a pedalare
per otto ore al giorno lungo rettilinei infiniti, spesso rallentato
a non più di 10-12km/h dalle condizioni del terreno o dal
vento. Intorno, desolate steppe dove la fauna locale, come
guanachi (una specie di lama), struzzi e aquile sono gli unici
esseri a interrompere l'immobilità di questi spazi e quietare
il senso di solitudine che, nei momenti difficili, trova maggiore
vigore. Il giorno seguente decido di partire lo stesso, il
vento si è attenuato di poco, ma l'ansia provocata dalla totale
inattività diviene insopportabile e il senso di impotenza
generato dalla rassegnazione è inaccettabile. Una buona colazione
a base di panettone e "dulce de leche" mi da le energie necessarie
e in poco tempo mi ritrovo in sella. La temperatura é intorno
ai 5C°, ma la sensazione termica causata dal vento è molto
più bassa; mi si gelano le mani, ma sono felice e carico,
ho di nuovo accettato la sfida, sono di nuovo in strada e
questo mi spinge avanti con forza. Il senso di libertà che
provo è indescrivibile, quando si accettano incondizionatamente
la natura e si decide di non combatterla, ma di viverla come
parte di essa, superando le tentazioni alla rinuncia, i confini
del possibile e del sopportabile svaniscono.
VIVERE NEL VENTO
Il vento forte e contrario ulula incessantemente nelle orecchie,
non sento neanche lo scorrere delle ruote sulle pietre, la
guida si fà sempre più impegnativa a causa dei sassi e delle
raffiche che, a tratti, mi costringono a correzioni acrobatiche
per restare in piedi. Il senso di frustrazione è grande, mi
sforzo di non guardare ogni cinque minuti il contachilometri
che non avanza. La strada è dritta, interminabile e sfida
i miei nervi schiaffeggiati dal vento. Sono costretto a pedalare
anche in discesa e a spingere per lunghi tratti. La concentrazione
è massima, la mente affilata come un rasoio, e cerco di non
reagire alla sfida del nervosismo, l'istinto mi chiede perchè
sono qui e mi dice di fermarmi, ma a fare cosa ? Non è vero
che la forza per portare a termine certe cose risiede nel
non provare paura o ansia, ma nel saperla dominare. Perdo
per un attimo il contatto con l'ambiente che mi circonda e
mi ritiro in me stesso trascinato dal disordine, poi reagisco,
mi adeguo al ritmo della natura e del vento fino ad essere
un tutt'uno con essi. Ora non c'è più contrasto, mi sento
sereno, ho tempo per cantare (non riesco a sentirmi per fortuna
!) e per apprezzare questi panorami eccezionali.
NON SOLO DESERTO
40 km a ovest di Tres Lagos inizia la pista che costeggia
il lago Viedma e 80 disagevoli chilometri e due giorni di
vento contrario mi portano al cospetto di due delle più belle
e famose cime del pianeta: il Cerro Torre e il Fiz Roy, chiamato
dagli indios "Chalten"( la vetta blu). Ai loro piedi c'è Chalten,
un piccolo paesino in cui la gente vive in una sorta di "non
luogo" sconvolto costantemente dal vento. Qui mi concedo tre
giorni di trekking fino ai campi base, dove sono state scritte
alcune delle più suggestive e tragiche pagine dell'alpinismo
mondiale. Sono nel parco Naturale los Glaciares, inserito
nel 1981 nel Patrimonio Mondiale per le sue spettacolari caratteristiche
naturali. Abbracciando anche la zona intorno al lago Argentino
include una grande fetta del famoso Hielo Continental Sur,
immenso ghiacciaio che si estende per 440 km, largo tra i
50 e i 90 km. Da una delle sue lingue terminali nasce il Perito
Moreno, unico ghiacciaio al mondo in fase di espansione, che
termina nel lago Argentino fino quasi ad ostruirne un braccio.
E' impressionante il senso di impotenza che si prova a poche
decine di metri dal suo fronte, alto fino a 70 metri e dal
quale si staccano enormi blocchi di ghiaccio con assordanti
boati. Da Calafate tento di inoltrarmi lungo una pista secondaria
che, dai pressi del Perito Moreno, mi porterebbe dritto verso
il parco naturale Torres del Paine in Cile a sud. La sua esistenza
è pressochè sconosciuta e non risulta su tutte le carte, essendone
vietato l'accesso per motivi militari. Decido di tentare dopo
che due trekkers americani mi hanno assicurato di non aver
visto tracce di controlli. Pochi chilometri dopo mi raggiunge
un veicolo fuoristrada della "policia" e subito mi viene intimato
di seguire i due occupanti al comando a Calafate caricando
me e la bici sul mezzo. Ne nasce subito una discussione che
riesco a risolvere spacciandomi per un giornalista in missione.
I due confabulano alcuni istanti tra loro, poi mi lasciano
con l'invito di rientrare. A questo punto preferisco non rischiare
e affrontare i quattro giorni per aggirare la Meseta Vizcacnas
sul prolungamento della Ruta 40. Assolutamente affascinante
è questo continuo passaggio dalle montagne al desolato deserto,
dal ghiaccio alla sabbia. Mi inerpico verso il Passo Cancha
Carrera, per entrare in Cile, su una strada dal fondo abbastanza
agevole, ma il vento contrario mi costringe a percorrere gli
ultimi sette chilometri in un'ora. Il parco, situato tra la
steppa patagonica e le pendici orientali della cordigliera,
è un incredibile alternarsi di lagune verdi smeraldo, fiumi
impetuosi e cascate con pinnacoli di roccia alti più di 3000
metri. L'impressione è quella di pedalare in una favola, dove
la natura è al suo stato primordiale, con ghiacciai color
cobalto e una vegetazione rigogliosa. Sorprendente è la fauna
che, in questo habitat, riesce a sopravvivere in condizioni
ideali: guanacos, volpi, fenicotteri rendono vive le ampie
e verdi praterie. Ormai il clima va cambiando, scendendo di
latitudine, e mi obbliga ad un abbigliamento sempre più pesante.
Sempre più spesso la pioggia mi tiene compagnia durante il
giorno e faccio fatica a fare asciugare la tenda, unico rifugio
umido dove cucinarmi un pasto caldo e gioire di libertà.
LA FIN DEL MUNDO
E' trascorso più di un mese dal giorno in cui le prime pedalate
incerte mi hanno portato dentro quest'avventura. Ora mi ritrovo
di fronte allo stretto di Magellano e in poche ore sbarcherò
sulla Tierra del Fuego. Mi commuovo a vedere dal "barco" quella
terra avvolta nel fascino di un passato di mistero, avventura,
leggenda. Il mio luogo lontano per eccellenza, l'ultima frontiera
dell'esotico. Capisco che fino ad ora ho pedalato per questo:
per essere su questa terra lontana, silenziosa, sola, incastonata
all'estremità meridionale del continente Americano, alle porte
dell'Antartide. Seguo la pista Y 71 che, dal minuscolo porto
di Porvenir, raggiunge la Baia di San Sebastian in 250 km
tagliando verso est il nord del'isola. Le difficoltà sono
sempre le stesse, ma per me è un nuovo inizio, sono ricco
di nuove energie e nuove emozioni. Sono alla "fine del mondo".
Giorni di pioggia rendono il terreno umido e pantanoso lungo
steppe di erbacee varie chiamate "coiron". Avvicinandomi all'oceano
Atlantico, il vento all'improvviso inverte la direzione e
comincia a soffiare da est: significa che purtroppo è di nuovo
frontale !
IL SIGNORE DEL SILENZIO
Oggi ho pedalato per 110 km controvento. Sono stremato e comincia
a piovere. Una ruota di carro e una freccia di legno indicano
la presenza di una estancia e in pochi chilometri sono alla
porta. Chiedo acqua e un luogo dove potermi accampare ad un
uomo alto e giovane, ma con i tratti del viso estremamente
consumati. Si chiama Juan Vargas ed è un gaucho. L'estancia,
unica abitazione nel raggio di 200 km., si affaccia sull'oceano
con alle spalle infinite colline dorate spazzate dal vento
su cui corrono liberi alcuni cavalli. "De donde llegas ? venis
con migo.. !" e con i larghi pantaloni da campo (bombacha)
si volta e mi invita a seguirlo. I gauchos sono il simbolo
della Patagonia, personaggi attorno ai quali mito, storia
e leggenda s'intrecciano. Cavalieri liberi e selvaggi sono
presenti dal sedicesimo secolo, quando gli spagnoli introdussero
i cavalli e pecore. Oggi lavorano nelle estancias come "peon"
e prestano servizio ai latifondisti. Juan mi offre un letto
nella sua umile dimora, mi accende la stufa mi sorride e torna
ai suoi cavalli. Per cena mi cucina il tipico cordero asado
(agnello) accompagnato dal pane che egli stesso produce. Fuori
soffia il vento e la tenue luce di una lampadina crea ombre
magiche sul tavolo. Alle mie domande le risposte sono sempre
secche e concise, intervallate da lunghi minuti di silenzio
interrotti solo dal rumore coltello sul piatto. Vive solo,
una volta al mese raggiunge un piccolo villaggio, a un centinaio
di chilometri, per fare festa dopo infinite giornate trascorse
a radunare pecore. Come vuole la tradizione ha un'aria ombrosa
e taciturna. Cerco di rispettare la sua natura e i suoi ritmi
pesando le parole e lasciandomi assorbire dal silenzio. Capisce
che non sono e non voglio essere il "turista per caso" anche
se nei suoi occhi brilla l'incomprensione per un viaggio in
un luogo inospitale come la sua terra e per di più in bicicletta.
La mia esperienza eccezionale è il suo quotidiano malinconico
da sempre. All'alba Juan è già uscito per raggiungere in alcuni
giorni le sue pecore ai pascoli invernali lasciandomi pane
e marmellata di "rudivarvo" per il viaggio. Riprendo a pedalare
e grazie a Juan il sole, oggi, è più caldo e il cielo più
blu.
NATURA INCONTAMINATA
A Rio Grande lascio la "ruta 3" per seguire una pista indicatami
da un mandriano verso l'interno più selvaggio. A questa latitudine
la steppa, dolcemente ondulata e priva di alberi, cede il
posto a grandi catene montuose coperte da ghiacciai e nevi
perenni. Inizialmente la strada, nonostante le salite, non
mi crea problemi e decido di continuare in un ambiente straordinariamente
bello. Questa è una zona sconfinata, impervia senza traccia
dell'intervento umano, dove impressionanti pareti di roccia
e cascate spettacolari mi suscitano emozioni intense e primitive.
Pedalo tra fiori dalle forme strane, alberi dai tronchi contorti
e soprattutto nel silenzio ovattato dei boschi ricchi di felci
e muschi. Purtroppo il secondo giorno la pioggia rende la
strada impraticabile, devo spingere con il fango alle caviglie
in una nebbia spettrale. A volte provo sgomento per questa
solitudine selvaggia, ma contemporaneamente una coscienza
di incredibile serenità ed energia, che s'accresce e mi pervade
l'intimo, si fa spazio nel mio cuore; questo è il vero volto
di tanta durezza, silenzio e purezza. Finalmente, dopo due
giorni, stanco, ritrovo la pista principale nei pressi del
Lago Yehuin e in pochi chilometri sono sulla strada per Ushuaia.
Gli ultimi giorni li percorro in compagnia di un ciclista
svizzero, Christian, con il quale affronto fatiche e "nevicate".
Domani arriverò a Ushuaia, la città più australe del mondo,
meta del mio sogno e fine geografico del mio viaggio. Sarò
di fronte al canale di Beagle e al temutissimo Capo Horn,
come i grandi esploratori, ma non riesco a vivere questo momento
come lo scopo, il fine del mio viaggio.Il viaggio stesso è
stato lo scopo, con tutte le emozioni, le esperienze mie e
delle persone conosciute. Ora penso al viso dei bambini che
mi rincorrevano per farsi fotografare, alla forza e ai valori
della gente che vive questa terra così disagiata, ma infinitamente
libera. Non ho viaggiato per arrivare, ma per viaggiare.
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