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NICARAGUA,
PAIS DE ACACHIMBA !
Un viaggio indimenticabile...
8 – 28
Gennaio 2003
di Maurizio Fabbri mauri.fabbri@tin.it
Se vuoi vedere tutte le foto di questo viaggio, vai sul mio sito NO PROFIT :
http://members.xoom.virgilio.it/mfwebsite
8 - 13 | 14
- 19 | 20
- 28
14 Gennaio 2003 – Granada, Volcan Masaya, Masaya, Santa Catarina, laguna d'Apoyo,
Granada. ( 70 Km. in bus ) Ci alziamo prestissimo, visto che la giornata ha un
programma molto ricco, che inizia con la visita del Parco Nazionale del Vulcano
Masaya. Per raggiungerlo da Granada, dobbiamo prendere il bus per Managua e scendere
lungo la strada, all'entrata del parco. Come prima cosa ci rechiamo a piedi al
terminal dei bus per Managua, che si
trova dalla parte opposta della città : 5 cuadre oltre il parco e tre a destra.
Per arrivarci ci impieghiamo una ventina di minuti e fortunatamente troviamo
un bus in partenza. Costo del biglietto sino all'entrata del Parco Nazionale
del Vulcano Masaya", 7 C$ e circa un'ora di viaggio. Il bus ci lascia proprio
di fronte all'entrata : attraversiamo la strada e paghiamo il biglietto di ingresso,
che per i turisti è di 60 C$. Con noi entrano altri due italiani, padre e figlia,
che ci accompagneranno per l'intera escursione.
La ragazza è in vacanza; è infatti venuta a trovare il padre, che si è stabilito
qui da 8 mesi, aprendo una finca, "Lo Zopilote", sull'isola di Ometepe ! La cosa
ci interessa molto, visto che dovremo andare sull'isola e prendiamo tutte le
informazioni necessarie per poterne usufruire se si
presenterà l'occasione. Con la loro compagnia, i 5 Km. di strada sino al cratere
del Nindiri, sono meno lunghi e faticosi di quello che potrebbero sembrare...
La strada per raggiungere il cratere è completamente asfaltata e si snoda tra
la colata lavica del lontano 1772, in un paesaggio lunare, scenograficamente
straordinario.
L'ultimo terzo di strada è un pò più ripido dei precedenti due terzi, ma sull'onda
dell'entusiasmo arriviamo al "mirador" : la strada si allarga in un piazzale,
la "Plaza de Oviedo" (in onore del primo straniero che scoprì ed
esplorò il complesso vulcanico), che termina con un parapetto di pietra, oltre
il quale, sul fondo si vede il cratere del Nindiri, fumante, visto che è attivo
!
Un cartello recita di prestare molta attenzione, ricordando che il vulcano è attivo
e può esalare fumi tossici e mortali !
L'odore di zolfo è forte ed acre, il calore percettibile. Lo spettacolo che la
natura ci offre irripetibile. Sulla destra, alla fine di una lunga scalinata,
una croce di legno, posta
sulla sommità di un'altura, si staglia nel cielo. Seguiamo il sentiero sulla
sinistra, che porta ad un'altro mirador, posto più in alto; anche da qui la vista è spettacolare
! Proviamo a scendere lungo la strada per raggiungere il ciglio opposto del cratere,
ma veniamo
repentinamente fermati dalle guardie del parco : non è possibile andarci ! A
malincuore risaliamo e dopo una sosta sul vicino cratere San Fernando, ormai
ricoperto dalla vegetazione, visto che è inattivo da oltre 200 anni, prendiamo
la strada del ritorno.
Il sole ora è forte e non aver portato l'abbronzante, mi costerà una quasi scottatura
di braccia, gambe e collo : meno male che il fido cappellino è sempre con me
!
La discesa sembra molto più lunga della salita, forse perché ci fermiamo al centro
informativo dei visitatori, dove è allestito una sorta di museo che mostra la
storia del vulcano e la flora, fauna e geologia che caratterizza il parco.
Non è nulla di particolare, anzi serve solo come pausa durante la discesa, visto
che i plastici in cartapesta, mi ricordano molto i lavori che facevo alle medie
! Poche altre centinaia di metri e siamo finalmente all'uscita ! Ci sistemiamo
sulla strada e aspettiamo il primo bus per Masaya. Saliamo sul primo che passa,
ma sfortunatamente, non è diretto a Masaya, ma è solo "de paso" : ciò significa
che ci lascerà all'incrocio con la strada che porta a Masaya per 2 C$, dove dovremmo
prendere un'altro bus ! In dieci minuti siamo all'incrocio, altrettanti per aspettare
e prendere il bus per Masaya (3 C$) e qualcuno meno per raggiungere il terminal.
Alle spalle del terminal si sviluppa il nuovo mercato cittadino, diviso in zone
: alimentari, artigianato, abbigliamento.
E' una città nella città, un dedalo di vicoli tra le varie bancherelle dove perdersi
e perdere l'orientamento non è affatto così difficile. Una vera e propria attrazione,
da non lasciarsi scappare ! Passiamo qualche ora al suo interno, acquistando
diversi oggetti di artigianato : caratteristici sono soprattutto i piccoli oggetti
di legno, pietra e i dipinti a olio.
Non meno particolare e interessante è l’occasione di parlare con la gente, sempre
gentile e ben disposta, mai pressante e insistente nel tentativo di vendervi
qualcosa, ma amabile, come tutto il Nicaragua appare agli occhi del
viaggiatore… Dopo aver completato gli acquisti, riemergiamo dal dedalo vi vicoli
del
mercato e andiamo a prendere il bus per Santa Catarina, dove dal suo mirador è possibile
vedere la Laguna di Apoyo.
La buseta è ferma al suo posto e parte solo dopo un quarto d’ora, durante il
quale assisto divertito al consueto alternarsi di venditori di ogni genere di
cose…, dal refrescos, al cibo, alle tovaglie… Particolarmente simpatica una coppia
di bambini che vende caramelle, poste dentro una bacinella di plastica arancione.
Due occhi enormi e dolci mi fissano e mi chiedono di acquistare qual cosa : il
cuore non regge e anche se
non prendo nulla, gli regalo due pesos… L’autista, che dorme appoggiato al volante,
si desta come se svegliato da un
orologio biologico puntato sull’ora della partenza, accende il mezzo e si parte.
Una decina di minuti e 3 C$ per raggiungere Santa Catarina, posta sul colle a
ridosso di Masaya.
Scendiamo all’incrocio, attraversiamo la strada, poche decine di metri e imbocchiamo
la via principale del paese : impossibile sbagliare, ad aiutarvi come punto di
riferimento, ci sono le moto-carrozzelle, che fungono da taxi e se questo non
bastasse, seguite le indicazioni per un fantomatico “Las
Vegas”, che in seguito scoprirò essere una sala giochi dotata di slot-machine
! Cominciamo a salire seguendo la strada che percorre tutta Santa Catarina; il
paesino è caratteristico e ricco di negozi che offrono oggetti di artigianato.
Proseguiamo sempre dritto di fronte a noi, superiamo la chiesa, quindi altre
due quadre e giungiamo al “mirador”. Qui si paga un biglietto di ingresso di
1 C$ per accedere al giardino, da cui si domina l’intera Laguna di Apoyo, un
vasto bacino di acqua azzurra, formatosi all’interno di un antico cratere. La
vista è mozzafiato, bella e particolare : c’è un vento fortissimo, il
cielo è terso il suo azzurro pastello contrasta con quello più profondo della
laguna. Sullo sfondo, sfocata, all’orizzonte, Granata, di cui si riconosce la
cattedrale. Restiamo pochi minuti, qualche foto e un lungo sguardo contemplativo,
quindi ritorniamo indietro, ripercorrendo a ritroso il nostro cammino. Ritornati
sulla strada principale, ci appostiamo sul ciglio e attendiamo il bus che ci
riporti a Masaya : non tarda e così in men che non si dica, siamo di nuovo al
terminal, da dove eravamo partiti ! Abbiamo ancora del tempo, quindi convinco
Michele ad andare a vedere il
vecchio mercato dell’artisaneria, pezzo forte di Masaya, le cui foto ho visto
su internet : per raggiungerlo basta fare una piccola passeggiata di dieci minuti,
con la quale si scopre anche un po’ della città. Usciti dal piazzale sterrato
del terminal, costeggiamo, tenendolo sulla sinistra, il mercato nuovo, quindi
superiamo il ponte che ci si trova di fronte e proseguire diritto per 3 quadre
: all’improvviso, le mura del
vecchio mercato dell’artisaneria, mi appaiono sulla destra.
Purtroppo questo è solo quello che resta del famoso mercato…; al suo interno
infatti adesso trovano posto i negozi che vendono le stesse identiche cose che
si possono trovare al mercato nuovo, ma a un prezzo molto più alto.
E’ stato trasformato in uno specchio per allodole, dove attrarre i turisti… impossibile
anche tentare di tirare sul prezzo…, sono irremovibili, a differenza del nuovo
mercato… Tuttavia la sua struttura esterna, di vecchia fortezza, ha mantenuto
immutato
il proprio fascino, anche se all’entrata un cartellone coloratissimo, che stona
come un trombone in una sinfonia di violini, ne altera un po’ il fascino. Diciamo
che se si ha tempo, merita la visita, se non altro per
vedere anche un po’ di Masaya… Ritorniamo al terminal e troviamo in partenza
un bus per Granata, sul quale saliamo al volo : 5 C$ e 40 minuti di viaggio ed
eccoci di ritorno nella “gran sultana” !
Scendiamo prima del terminal e ripercorriamo “Calle Xalteva” per raggiungere
una fabbrica di sigari, dove comprarne qualcuno per l’amico Max. Superiamo la
chiesa che da il nome alla strada e subito dopo sulla destra ritroviamo il negozio
che avevamo visto il giorno prima : “Doña Elba Cigar”, una sorta di fabbrica
familiare, dove oltre a produrre, vendono i sigari. Ce ne sono di diversi tipi
e se ne possono acquistare un numero a piacere :
non è infatti necessario comprare la scatola, ma se ne possono chiedere anche
un numero inferiore, che vengono confezionati a parte. Il costo sembra buono
: 20 sigari “robustos” costano, 200 C$, mentre una confezione di 5 sigarillos,
50 C$. Una “hacienda familiar” ed un servizio ottimo, consigliato a chi interessa.
Tornando verso il “Cocibolca”, ci fermiamo al supermercato (sulla destra, subito
prima di incrociare “Calle du Commercio”, a una quadra dal parco) e facciamo
un po’ di spesa per la nostra cena : ananas, ron “Flor de Caña” 5
años, coca, salumi...
Comunque si trova di tutto, compresa la pasta, anche se è un pò cara ! Per il
resto invece, i prezzi sono Nica… Il pane lo acquistiamo invece lungo la strada,
ad una bancherella : un filone da un chilo, 8 C$ ! In serata, dopo aver consumato
la nostra cena al Cocibolca, usciamo a fare un giro per Granata, raggiungendo
il parco, quindi avendo ancora un languorino,
ci fermiamo alla “Pizzeria Don Luca”, che si trova di fronte al “Cocibolca” e
ci facciamo una pizza !
Il locale è gestito da un italiano, che viveva e lavorava a Bien in Svizzera
e che ora si è trasferito qui. La pizza non è malvagia e viene offerta in tre
dimensioni : la più grande, che basta per due, costa 57 C$. Finalmente sazi,
prendiamo un po’ di fresco sul marciapiede dondolandoci
sulle “abueljte” del “Cocibolca”, quindi in branda.
15 Gennaio 2003 – Granada, Rivas, San Jorge, Moyogalpa ( Isola di Ometepe), Altagracia.
( 72 Km. in bus + 13 Km. In barca + 17 Km. in bus ) Sveglia prestissimo per raggiungere
Rivas e quindi spostarci sull’isola di
Ometepe. Alle 07.00 siamo già in cammino verso il terminal e nel parco, ritroviamo
i due italiani che ci hanno accompagnato nell’escursione sul vulcano Masaya.
Un saluto veloce, quindi percorriamo “Calle du Commercio”, mentre i vari negozi
stanno aprendo i battenti e arriviamo al terminal, dove due giorni prima siamo
giunti.
Il bus per Rivas, però, deve ancora arrivare e partirà solo alle 08.00 ! Fortunatamente è puntuale
e alle 08.00 lasciamo Granata alla volta di Rivas : costo del viaggio 13 C$,
durata circa un’ora e mezza, tra fermate per far salire e scendere gente, venditori
e predicatori… Giunti al terminal di Rivas, è necessario prendere un taxi, per
raggiungere San Jorge, il porto da cui partono i ferry e le lance per Ometepe.
Appena scesi veniamo assaliti da un’orda di taxisti, che tentano di accaparrarsi
il cliente; i prezzi chiesti sono i più disparati, sino a 20 C$ a persona ! Non
farsi prendere dalla fretta è indispensabile per evitare
fregature… Il prezzo giusto per la corsa infatti è di 30 C$ in totale !!! Recuperiamo
lo zaino dal tetto del bus, ci riuniamo con un altro ragazzo italiano e due tedeschi
e prendiamo un solo taxi per 30 C$, ovvero 6 C$ a testa ! Dal terminal a san
Jorge il tragitto è breve : circa 5 minuti e il taxi ci
scarica proprio all’ingresso del molo.
Qui a sinistra dell’entrata c’è la biglietteria, dove poter fare il biglietto
per il Ferry, ma non farlo non comporta alcun pericolo o svantaggio : si paga
direttamente sulla barca ! Costo : 20 C$. Dal molo si scorge tra la foschia la
sagoma dell’isola di Ometepe, la più grande isola lacustre al mondo. Impressionanti
i due vulcani che la compongono : il Conception e il Maderas. Imponenti e massicci,
coperti di vegetazione, con un ciuffo di nuvole a coprirgli la vetta. Il lago
invece sembra un vero e proprio mare, con onde robuste e alte, alimentate dal
forte vento.
La traversata dura circa un’ora e il ferry balla parecchio sotto la spinta delle
onde nel primo tratto : meno male che non soffro il mal di mare (o meglio sarebbe
dire di lago…!). Anzi il dondolio, mi concilia il sonno, così mi faccio una bella
dormita, destandomi giusto in tempo per vedere l’attracco ! Di fronte a noi,
superbo il vulcano Concepcion, ci accoglie a Moyagalpa. Appena scesi bisogna
destreggiarsi tra i taxista che cercano di accaparrarsi un cliente di giornata,
quindi fatti circa una trentina di metri, sulla destra, si trova il bus per Altagracia.
Prendiamo posto, insieme a molte persone che hanno fatto la traversata con noi
e rincontriamo Marcus, il ragazzo inglese conosciuto a Granata, che si unisce
a noi.
Lo spostamento in termini di spazio è modesto; solo 17 chilometri separano, infatti,
Moyagalpa da Altagracia. In termini di tempo invece, incredibilmente lungo :
circa un’ora, a causa del pessimo stato delle strade, che oltre ad essere sterrate
e strette, sono anche piene di buche… Il bus poi non è dei
più recenti e arranca a fatica per tutto il percorso. Costo : 9 C$.
Altagracia è un piccolo paesino, che si sviluppa esclusivamente ai lati della
strada che lo attraversa. Appena scesi, non fatichiamo affatto a individuare
l’Hotel Castillo, che si
trova nella prima traversa verso l’interno, subito dopo l’inizio
dell’abitato. L’Hotel è carino, pulito e ben tenuto : a prima vista mi fa subito
una bella impressione. Chiediamo una stanza da tre posti e quella che ci propongono
non è affatto male : spaziosa, letti comodi, bagno grande, con doccia e acqua
corrente, anche se solo fredda. Costo : 70 C$ a testa (ovvero, la tripla per
210 C$). Ci sistemiamo, una bella doccia, quindi usufruiamo subito della cucina
dell’hotel, che si rivela buona e a buon mercato : per un bel “pescado” con riso,
fagioli e tostones , spendo solo 27 C$ ! Tutto viene segnato sul numero della
camera, quindi si salda il conto alla
partenza. Scriversi cosa si è consumato è buona norma, anche se i Nica sono persone
estremamente corrette e oneste; un errore però possono farlo tutti… L’hotel dispone
anche di internet e sono presenti due PC, dai quali ci si può connettere. Il
costo però, è un tantino alto : 75 C$ l’ora, ma la connessione è veloce ed efficiente.
Dopo pranzo usciamo alla scoperta di Altagracia. Percorriamo la strada principale
verso sinistra, superiamo il “Comedor Buen Gusto”, segnalato sulla nostra guida,
quindi raggiungiamo la piazza.
Di fronte c’è la chiesa con un piccolo giardino antistante, nel quale sono poste
diverse statue di pietra, molto particolari.
Tuttavia la cosa che mi balza più agli occhi sono i maiali, che beatamente se
ne stanno al pascolo nel giardino ! Imbocchiamo la strada adiacente al giardino
e ci dirigiamo verso il lago. Camminiamo per circa venti minuti, immersi nelle
piantagioni di platano e banane, con il Concepcion, che ci controlla le spalle,
incontrando ogni tanto la casa di qualche famiglia di contadini, che incuriositi
ci osservano e ci
sorridono, rispondendo garbatamente al nostro amichevole “Hola !”. Arriviamo
sino alle sponde del lago, in quella che è Playa Angul. Il Cocobolca sembra nero,
da quanto è scura l’acqua, a causa del colore della sabbia del fondale, che essendo
vulcanica è molto scura… Il vento agita le acque, le onde si inseguono di continuo,
le sponde sono un tripudio di verde, per la vegetazione rigogliosa. La piccola
insenatura è soprattutto rocciosa e poco distante scorgo due ragazze che fanno
il bucato : la cosa più normale al mondo, sapone, olio di gomiti, qualche sbattuta
sulle rocce e risciacquo…, altro che lavatrice ! Ritorniamo sui nostri passi
e prendiamo un altro sentiero, che si inoltra tra i platani.
Qui ci sono più abitazioni e suscitiamo l’interesse soprattutto dei bambini :
occhi grandi, profondi, sguardo furbo, sorriso contagioso e aperto. A tutti
un “buenas” e da tutti una risposta !
La seconda spiaggia è molto più ampia, una mezza luna completa, di sabbia fine,
quasi nera. Sulla strada del ritorno abbiamo di fronte il Concepcion : alto,
lussureggiante, maestoso e sormontato da un cappello di nuvole che ne avvolge
solo la cima, quasi fosse panna montata su un’enorme gelato. Uno spettacolo !
Ritorniamo al “Castillo” e mentre attendiamo che arrivi l’ora di cena, scrivendo
le impressioni di giornata, incontriamo e conosciamo, una persona
che in realtà conoscevamo gia da diversi mesi via internet : la mitica Enrica
di Roma, con la quale ci siamo scambiati moltissime informazioni e sensazioni
su questo viaggio.
Sapevamo che c’era la possibilità di incontrarsi, ma non avendo programmato nulla,
ritrovarsi sull’affascinate isola di Ometepe è una fatalità straordinaria. Siamo
contenti : la cena nicaraguese che ci eravamo ripromessi la consumeremo davvero
!
Presentazioni di rito, anche se mi sembra di conoscerla da una vita… e primo
contatto con i suoi compagni di viaggio : Claudia e Nello, persone simpaticissime
e particolari, la cui conoscenza renderà questa esperienza straordinaria. Prima
di soddisfare lo stomaco, ci accordiamo, grazie all’intermediazione
dell’hotel, con Silvio, la guida che domani ci accompagnerà nell’escursione sul
vulcano Maderas. Trattiamo sul prezzo, coinvolgiamo nell’escursione Enrica, Claudia
e Nello e alla fine ci accordiamo per 60 C$ ciascuno (siamo
in 7), più 25 C$ per il pranzo al sacco che ci preparerà l’hotel. - A posteriori
posso candidamente dire che della guida potevamo fare tranquillamente a meno,
non perché non sia preparata, ma solo per il fatto
che è un’escursione che si può tranquillamente organizzarsi e fare da soli !
Basta prendere il bus per Balgüe, andare all’Hacienda Magdalena, da dove parte
il sentiero, quindi seguirlo da soli, oppure aspettare che parta un gruppo con
la guida e accodarsi a poca distanza e il gioco è fatto ! - Finalmente si va
a mangiare, mentre lo stomaco comincia a borbottare… Cena al “Comedor El Buen
Gusto” insieme a Marcus e Roberto, altro ragazzo di Torino
che ha raggiunto l’isola questa mattina con noi, Enrica, Claudia e Nello. Il
comedor, si rivela ottimo per il cibo, come la guida suggeriva, e con prezzi
economici : un pescado intero con riso e tostones e una Tona, 45 C$ !!!
L’aperitivo lo offro io : una bella bottiglia di ron “Flor de Cana” invecchiato
5 anni, comprato a Granata la sera prima, che svanisce
velocemente… Soddisfatto lo stomaco, via tutti in branda, senza dimenticarsi
di ritirare
il pranzo al sacco dalla cucina dell’hotel ! Il contenuto mi sembra soddisfacente
per i 25 C$ che ci costa : due panini dolci, tre uova sode, un pomodoro, un pezzo
di formaggio di capra, aranci e una banana.
16 Gennaio 2003 – Altagracia, Volcan Maderas, Playa Santo Domingo, Altagracia.
( 14 Km. in bus ) Sveglia prestissimo, alle 04.00 visto che dobbiamo prendere
il bus per
Balgüe, che parte dalla piazza alle 04.15.
Silvio ci aspetta nel giardino dell’hotel e una volta riuniti i partecipanti,
raggiungiamo la piazza e saliamo sul nostro bus, che parte in orario.
E’ ancora notte, la strada dissestata e sterrata rende il tragitto lento e faticoso
per il vecchio mezzo, che arranca fendendo il buio con la luce dei fari. Impieghiamo
circa 45 minuti per arrivare a Balgüe : costo 8 C$. E’ ancora buio e raggiungiamo
l’Hacienda Magdalena, seguendo il sentiero di 1 chilometro che parte proprio
dove l’autista ci fa scendere. Quando arriviamo sta albeggiando e ci sediamo
sui tavolini, sotto il pergolato, aspettando che venga giorno.
L’alba illumina l’Hacienda e i nostri volti, da cui traspare la fatica
dell’alzataccia. Il brusio delle nostre parole rompe la tranquillità del luogo
e cominciano a
comparire anche i campesisnos, che lavorano all’Hacienda e gli ospiti che vi
sono ospiti; qui infatti si può anche dormire e si hanno tre scelte : amaca,
camera, dormitorio comune. E’ un luogo molto caratteristico e particolare, ma
ha l’inconveniente di
essere un pò isolato e poco collegato con Altagracia e Moyagalpa.
Altra possibilità di dormire è data dalla “Finca Zopilote”, poco distante, aperta
recentemente da un italiano, che si è stabilito sull’isola. Offre, amache, dormitorio
e bungalow, uso della cucina e chiaramente…, compagnia italiana ! Si fa definitivamente
giorno e non può passare inosservata la tenuta da escursione che sfodera Claudia
: pantalone color sabbia corto, appena sotto il ginocchio, scarpe da tennis in
tinta e magliettina nera. E’ tutta intenta a cercare di ripulire dai pantaloni
una minuscola macchia che una goccia di
cafè ha inavvertitamente provocato… Non sa ancora cosa ci aspetta ! Finalmente
si parte per l’escursione. Prima pero bisogna pagare l’eventuale colazione consumata
e l’accesso al sentiero, che costa 20 C$ (cosa,
quest’ultima, incomprensibile ! Comunque vi segnalo che l’italiano che gestisce
la Finca Zopilote, ci aveva confidato, durante l’escursione al Volcan Masaya,
che facemmo insieme, la sua intenzione di aprire un sentiero gratuito che partendo
dalla sua finca, si ricollegasse al sentiero principale, evitando quindi di pagare
l’Hacienda ! Ci sarà riuscito ? A voi scoprirlo e, nel caso, farmelo e farlo
sapere a tutti…). Cominciamo a salire lungo il sentiero seguendo Silvio, anche
se non sarebbe
affatto necessario; il cammino infatti è ben segnato e battuto e non si può sbagliare.
La prima parte è quasi pianeggiante, immersa nelle piantagioni di platani
dell’Hacienda e asciutta. Si vedono facilmente le scimmie sulle cime degli alberi
e l’urraca, uccello tipico dell’isola dal piumaggio azzurro intenso e con un
simpatico ciuffetto sul capo. Il sentiero si snoda per 5 chilometri totali, prima
di raggiungere la cima,
ma la distanza non è affatto il problema principale. Man mano che saliamo, la
strada si fa più irta e pendente, la vegetazione cresce, l’umidità aumenta. Si
cammina tra le nuvole che ricoprono il vulcano per due terzi della sua altezza
e il fango e l’acqua cominciano a fare capolino sotto i nostri piedi. Le scarpe
da trekking sarebbero l’ideale, ma anche con quelle da tennis, se non hanno suola
liscia ce la si può fare… Schizzi di fango ci segnano scarpe, gambe e vestiti
: e pensare che Claudia
si preoccupava della macchietta di cafè… Al chilometro 2,5 c’è il mirador. Ci
arriviamo faticando e non vediamo praticamente nulla : solo il grigio delle nuvole
che ci avvolgono ! Enrica, Claudia, Nello e Roberto decidono di tornare indietro
accompagnati da
Silvio, che si è guadagnato cosi i suoi soldi senza fare praticamente nulla o
comunque senza portare a termine il suo lavoro… Io, Michele e Marcus invece,
continuiamo da soli l’ascesa. Se fino a qui la marcia poteva sembrare faticosa,
quello che viene e ci
aspetta dopo lo sarà ancora di più… Il sentiero si riempie praticamente di fango
a causa dell’acqua che scende dalla cima e ben presto mi ritrovo ad arrancare
sprofondando in alcuni punti
sino quasi al ginocchio… E più saliamo, più la situazione peggiora… Arriviamo
sino al chilometro 4, bagnati completamente, con scarpe e gambe del colore marroncino
chiaro del
fango e scivolando ripetutamente. E siamo ancora in mezzo alle nuvole… Visto
che la situazione del tempo non migliora e manca ancora un’ora alla vetta, io
e Michele decidiamo che ci può bastare e torniamo indietro : il solo Marcus,
continua da solo nell’impresa !
La discesa è ancora più problematica della salita... Se affondare nel fango durante
l'ascesa era faticoso e laborioso, evitare di scivolare su radici, foglie e sassi
durante la discesa è un'impresa titanica e impossibile, che non riusciamo a portare
a termine... Scivolo diverse volte e solo riflessi e fortuna mi evitano di ritrovarmi
anche con qualcos’altro, oltre le scarpe, nel fango ! Lentamente raggiungiamo
il mirador, che è ancora coperto dalle nuvole e dopo una breve sosta, riprendiamo
la via del ritorno.
Da qui il sentiero migliora sempre più rapidamente e senza neanche accorgerci
usciamo dalle nuvole e ci ritroviamo a camminare con i raggi del sole che filtrano
dalla boscaglia.
L'ultimo tratto, prima di giungere all'Hacianda Magdalena è il più bello :
moltissime "urraca" volano da pianta a pianta e con il loro colore azzurro intenso
mitigano la nostra delusione per un escursione mancata, che col senno di poi,
non valeva la pena fare. All'Hacienda ritroviamo i nostri quattro compagni di
giornata, in comodo relax sulle amache. Mi ripulisco con l'acqua dal fango che
mi ricopre le gambe; le calze le butto senza neanche provare a fare qualcosa
per "salvarle", le scarpe invece le ripulisco con cura : mi devono accompagnare
per altri 12 giorni ! Verso le 13.00 lasciamo l'Hacienda Magdalena e ritorniamo
sulla strada principale, da dove alle 13.30 parte il bus, che prendiamo al volo.
Io, Michele, Roberto e Silvio scendiamo a Playa Santo Domingo, la più bella dell'isola.
Enrica, Claudia e Nello, che l’hanno vista ieri, proseguono
invece per la “laguna del charco verde”.
Scendiamo di fronte l’hotel “Finca Santo Domingo”, costruito praticamente sulla
sabbia della spiaggia, che è davvero particolare. Lunga, di sabbia bianca, sullo
sfondo il Maderas con la cima ricoperta dalle nuvole :
l'impatto visivo è veramente caratteristico e bello. Sul lago dall'acqua scura,
le onde si inseguono regolarmente e visto che è acqua dolce ne approfitto per
fare un bel bagno...
Quindi prendiamo posto sulla veranda vista lago dell’hotel e sorseggiamo qualche
Toña, aspettando le 16.30, ora in cui passerà il bus per Altagracia. Verso quell'ora
ci sistemiamo sulla strada, ma invece del bus, prendiamo, grazie all'aiuto di
Silvio, un pick-up, che ci porta velocemente proprio davanti al nostro hotel
ad Altagracia : costo del passaggio 5 C$ a testa. Finalmente una doccia vera,
che mi ripulisce definitivamente dal fango ocra del Maderas. Mentre sto per uscire
dalla camera ecco arrivare Marcus, l'unico di noi ad aver raggiunto la vetta
! Gli chiedo com'erà, mi risponde che non si vedeva niente, era in mezzo alle
nuvole e la vegetazione era così fitta e alta che anche se fosse stato limpido
non si sarebbe comunque vista la laguna nel cratere del vulcano ! Grande idea
essersi fermati, allora ! Non del tutto, dato che al ritorno, al mirador, le
nuvole si erano dissipate e la vista era fantastica... Uso internet : veloce
anche se un pò caro (75 C$ all'ora), ma tanto non c'è scelta... Tutti insieme,
decidiamo di cenare al Castillo e la cena si rivela buona come il pranzo del
giorno precedente.
Concludiamo la serata sorseggiando il mitico Flor de Caña, che questa volta offre
la mitica Doña Enrica : strano come mi sembra di conoscere da una vita queste
persone straordinarie che ho conosciuto realmente solo ieri... A fine serata,
tristi i saluti : domani ci divideremo dai nostri nuovi
amici..., così presto, ma inevitabilmente; i nostri itinerari sono diversi, ma
forse ci ritroveremo a San Juan del Sur a fine mese...
17 Gennaio 2003 – Altagracia, Moyogalpa, San Jorge, Managua, Corn Island Grande,
Corn Island Pequeña. ( Km. 17 in bus + Km. 13 in barca + 113 Km. In bus + 240
Km. in aereo + 3 Km. in lancia ) Sveglia nuovamente nel cuore della notte, alle
03.50, per poter prendere il primo bus per Moyagalpa, che parte dal parco alle
04.15. Molte sono le persone che lo affollano e lungo il tragitto salgono sul
bus.
Molti i bambini, con secchi di frutta più pesanti di loro, che vanno a "lavorare" al
porto, cercando di vendere qualcuno dei loro frutti ai turisti in arrivo. Immagine
triste e dura da vedere : un infanzia forse rubata... In circa un'ora e un quarto
e spendendo 9 C$ arriviamo al porto; albeggia e non facciamo a tempo a scendere
dal bus, che subito veniamo indirizzati di gran fretta verso la prima lancia
in partenza. Costo della lancia, 15 C$ (5 C$ in meno del ferry...) e un'ora di
traversata, molto meno movimentata dell'andata. Dormo per quasi tutto il tempo
e mi desto solo all'attracco. Scendiamo e ci dirigiamo verso l'uscita del porto
di San Jorge. Superiamo i
taxisti che offrono i loro passaggi per Rivas, Peñas Blanca e San Juan del Sur
e dopo poche decine di metri troviamo ad attenderci l'espresso per Managua :
tutto molto organizzato e interconnesso !!! Alle 06.45 lasciamo San Jorge; un
ultimo sguardo all'affascinante isola di Ometepe e via verso la capitale. Costo
del viaggio, 30 C$; tempo per compierlo circa due ore, quasi tutte dormite !
Mi sveglio definitivamente nella periferia di Managua, prima di arrivare al terminal.
Sono quasi le dieci : e noi che pensavamo di non riuscire a prendere il volo
delle 14.00 ! Appena scesi dal bus lasciamo il terminal, attraversiamo la strada
principale e imbocchiamo una parallela di quest'ultima per cercare un posto dove
fare colazione. Troviamo un comedor familiare, gestito da Sandra, una simpatica
e gentile
signora di mezza età, che ci racconta di essere molto famosa e conosciuta in
zona perchè in precedenza aveva un locale molto più grande, che è stata costretta
chiudere e soltanto da poco è tornata in affari. Ordiniamo un gallo pinto con
tortillas e cafè negro che si rivela buono e abbondante, il tutto per 35 C$.
Lasciamo scorrere il tempo mangiando tranquillamente, poi verso le 12.00, ci
avviamo all'aeroporto, per prendere il volo pomeridiano per Corn Island. Usciti
dal comedor, fermiamo il primo taxi e chiediamo quanto vuole per portarci all'aeroporto
: 50 C$ a testa. Troppo, ci sta provando..., rifiutiamo e il prezzo scende a
20 C$ a testa... Non siamo ancora contenti,
quindi è lui a chiederci quanto siamo disposti a spendere : 15 C$, la nostra
offerta. Questa volta è troppo poco per lui che se ne va imprecando ! Ritorniamo
sulla trafficata strada principale e fermiamo un'altro taxi : una vecchissima
skoda gialla, molto mal ridotta. Nuova contrattazione : ci accordiamo per 15
C$ a testa, ovvero 45 C$ totali. Zaini nel baule e si parte. I sedili del taxi
sono sfondati, le portiere, mancano all'interno della rivestitura..., una vera
e propria carretta, ma
funziona e il taxista è un simpatico signore baffuto con il quale Michele parla
per tutto il tragitto. Dal quartiere la fuente all'aeroporto impieghiamo circa
20/25 minuti a causa soprattutto del traffico caotico della capitale. Il taxi
ci lascia all'entrata dell'aeroporto e ci scuce anche 5 C$ di mancia... Appena
superato il cancello, abbiamo di fronte gli uffici di due delle tre compagnie
aeree nazionali che volano a corn Island : la "Costeña" e la "Atlantic Airlines".
Subito veniamo accalappiati dai loro procacciatori di clienti, che nella migliore
filosofia della concorrenza di mercato cominciano a offrirci il passaggio aereo
al prezzo che pubblicizzano come il migliore... Ascoltiamo attentamente, quindi
scegliamo la "Atlantic Airlines", per un solo motivo : il biglietto andata e
ritorno costa 85 $, ben 10 $ in meno del
prezzo della "Costeña" ! Facciamo il biglietto, check-in e accediamo alla sala
di attesa, dopo aver pagato 23 C$ di tassa aeroportuale nazionale.
Il biglietto è emesso per andata e ritorno sul giorno desiderato, ma è di fatto
aperto; se si desidera restare più tempo, si è liberi di farlo, basta avvisare
la compagnia e confermare sempre il volo di ritorno almeno un giorno prima. La
partenza è fissata per le 14.00, così ne approfitto per raggiungere il terminal
internazionale e andare al punto internet per comunicare con casa. Compro anche
una scheda telefonica da 100 C$ e chiamo dalla sala d'aspetto prima di imbarcarmi,
riuscendo a parlare per poco più di 3 minuti. Alle 14.15 decolliamo con un bi-elica
da 18 posti alla volta di Corn Island.
Il cielo è un pò nuvoloso ma dall'alto si vede bene il lago di Managua, di un
bruttissimo e innaturale colore marrone e lungo tutta la traversata verso oriente
la rigogliosa natura che contraddistingue il cuore del Nicaragua. Dopo un'ora
di volo atterriamo a Bluefields, sulla costa Atlantica, per poi ripartire dopo
una ventina di minuti.
La costa è selvaggia e l'oceano atlantico si infrange contro El Bluff. Altri
venti minuti di volo in mare aperto ed eccoci a Corn Island grande.
L'aeroporto è una stretta striscia di asfalto, che si sviluppa di fianco alla
strada che porta a Pick Nick Beach, la spiaggia più bella dell'isola grande.
Scendiamo ed usciamo dal cancello metallico, che interrompe la recinzione che
delimita la pista. Dalla parte opposta della strada, c'è l'ufficio della "Costeña",
mentre quello dell'Atlantic Airlines" è dietro l'angolo a sinistra, seguendo
la strada che porta al porto. Recuperiamo lo zaino e proseguiamo a piedi verso
il porto : poche centinaia di metri e siamo a destinazione. Per accedere paghiamo
una tassa portuale di 3 C$, quindi appena entrati si prosegue dritto per una
ventina di metri e sulla destra si trova la lancia
per Corn Island Pequeña.
Chiamarla lancia è un pò limitativo, visto che è dotata di due motori da 75 CV,
che le consentono in circa mezz'ora di solcare il tratto di oceano che separa
l'isola Grande dalla Pequeña ! Gli zaini vengono stivati a prua, mentre prendo
posto al centro della lancia. Mi viene dato il giubbotto di salvataggio, che
però non indosso, ma utilizzo
(come vedo fare agli altri...) come cuscino. Questa scelta rivelerà la sua utilità solo
più tardi, durante la traversata; la lancia infatti rimbalza sullo specchio d'acqua
e il giubbotto attutisce i colpi preservando il fondoschiena ! Costo del passaggio
: 70 C$, da corrispondere prima di scendere all'ormeggio
di Corn Island Pequeña. Solo quando tutti gli occupanti hanno pagato, la lancia
approda sulla
spiaggia, di fronte al "Diving Center" e sbarchiamo.
E’ quasi il tramonto, il cielo è rosso sulla baia, il mare calmo, alcune barche
sono all’ormeggio e sulla destra domina la collina su cui è posto il faro. Il
centro di Corn Island Pequeña si sviluppa lungo la baia, ai margini del marciapiede
di cemento che la percorre interamente costeggiando la spiaggia. Di fianco al
Diving Centere c’è il cartello che indica Casa Iguana, primo insediamento di
bungalow dell’isola, gestito da una coppia di canadesi.
Nostro riferimento è l’hospedaje Bridgett, che si trova a un centinaio di metri
sulla sinistra, superato il piccolo supermarket e la chiesa evangelica. Chiediamo
di vedere le stanze : spartane ed essenziali, con solo il letto, doccia e bagno
esterni ed in comune. Non mi fanno una grande impressione, quindi decidiamo di
cercare qualcosa d’altro prima di decidere
La più vicina é Casa Iguana : seguiamo il sentiero che partendo dal Diving center,
porta all’interno, sino all’altra parte dell’isola, sulla cui spiaggia sono posizionati
i quattro bungalow, che la costituiscono, ma
purtroppo non c’è posto. Tutti prenotano via internet ed è difficile che ci siano
sistemazioni libere. Ritorniamo al Diving Center e andiamo verso sinistra : ormai
si è fatto buio !
Superiamo il ristorante “Lobster Inn” e raggiungiamo l’Hotel Delphin”, costruzione
nuova, di un "tremendo" colore rosa. La struttura dispone di un ristorante con
prezzi abbordabili e 8 casette a due piani, immerse in un giardino molto ben
curato.
La tripla costa 35 $ a notte, ma la otteniamo per 30 $; ormai è buio e decidiamo
di prenderla.
La stanza è molto bella, con veranda che da sul giardino, ma il bagno ha solo
acqua fredda.
Dopo una doccia rigenerante torniamo da “Bridgett”, che ha anche un ristorante,
di cui abbiamo sentito parlare bene.
La fama è meritata : mangio un ottimo pargo rojo, bevendo due Toña e spendendo
120 C$.
18 Gennaio 2003 - Corn Island Pequeña. Sveglia verso le 09.00 e per prima cosa
una scappata a “Casa Iguana”, che dispone di un collegamento internet satellitare
(l’unico dell’isola), attraverso il quale Marcus comunica con casa.
Si può utilizzare solo tra le 09.30 e le 11.30 ed è caro : 15 minuti, 50 C$ !
Tuttavia la connessione è veloce e quindi il quarto d’ora a disposizione può essere
sufficiente.
Sperimentiamo l’organizzazione di “Casa iguana” : in attesa che sia possibile
connettersi, infatti veniamo invitati ad aspettare nella costruzione che funge
da ritrovo per gli ospiti, dove è possibile ascoltare musica, leggere libri,
prendere da mangiare e da bere e godersi la vista dalla veranda. Veramente un
bel posticino.
Qui tra le guide consultabili, scoviamo quella della "Moon" sul Nicaragua, edizione
Gennaio 2003 ! Incredibile : aggiornatissima e fatta molto bene ! Mentre aspettiamo
che Marcus termini il suo quarto d’ora, conosciamo una simpatica coppia di Bologna
: Egidio e Beba, che sono sistemati da Derick’s,
dalla parte opposta dell’isola. La descrizione che ne fanno ci incuriosisce,
quindi appena Marcus finisce, seguiamo Egidio e Beba costeggiando tutta la spiaggia
per vederlo con i nostri occhi.
La passeggiata, molto piacevole, mi mostra un’isola stupenda e soprattutto ancora
selvaggia : alla “cast away” !
In circa 20 minuti giungiamo da Derick’s, un gruppo di 8 capanne costruite tra
le palme a due passi dal mare. Le capanne sono per due persone, ma c’è anche
il dormitorio, con 10 posti singoli. Il costo della capanna è di 14 $ al giorno,
quello del dormitorio di 5 $.
Io e Michele ci sistemiamo nell’unica capanna libera, mentre Marcus prende posto
in dormitorio.
A questo punto dobbiamo tornare a riprenderci gli zaini all’Hotel Delphin e visto
che è disponibile, prendiamo la carriola, su cui li potremo trasportare
più agevolmente.
Per tornare al “paese” seguiamo il sentiero, che taglia tutta l’isola; è ben
segnato, pianeggiante e per percorrerlo ci si impiega circa una ventina di minuti.
Pagata la stanza, lasciamo l'hotel Delphin spingendo la carriola !
Visto che è ora di pranzo e siamo in paese, decidiamo di provare un nuovo ristorantino;
superiamo “Bridgett” e a poche decine di metri, sulla destra troviamo il ristorante
di Aries, che in precedenza era il “Patricia’s Place”. Aspetto familiare e alla
buona, con Aries, simpatica afro-nicaraguense, a prendere le ordinazioni e a
cucinare.
Qui il piatto comune e tipico è l’aragosta, non c’è scelta ! Si può solo scegliere
il modo in cui sia cucinata : con cipolle, all’aglio o al pomodoro. Prendo quella
all’aglio e dopo un quarto d’ora ecco arrivare il mio pranzo : due code di aragosta
condite con salsa all’aglio con riso e tostones; da bere un dissetante e buonissimo
refrescos al tamarindo. Costo del tutto : 100 C$
(di cui 85 C$ per l’aragosta).
L’aragosta è buonissima e abbondante; la taglio a piccoli pezzetti e la unisco
al riso, creandomi un prelibato risotto. Mentre mangiamo un acquazzone si abbatte
sull’isola; meno male che abbiamo optato per il pranzo ! Appena spiove, riprendiamo
la nostra carriola e raggiungiamo Derick’s, dove occupiamo immediatamente, la
nostra capanna. Letto matrimoniale, con materasso sottile, due sgabelli a fare
da comodino
con un paio di candele già consumate e sul lato destro un tavolino basso, ricavato
con canne di bambù e una panca, ottimi per appoggiare zaino e tutte le nostre
cose. Per terra, la sabbia : troppo bello e particolare !
La capanna è a misura d’uomo, con una finestra che aperta funge da piano
d’appoggio e da cui si vede il mare a poche decine di metri.
Cosa volere di più ? Un posto così non ha eguali per sensazioni e atmosfera… Fuori
dalla capanna e tutto intorno, un fitto prato di erba verde, le palme altissime
e di fronte il mare azzurro, vivace e selvaggio.
Un bel bagno nell’azzurro, quindi due passi lungo la spiaggia, sino a raggiungere
la poco lontana “Farm Peace and Love”, gestita da Paola,
un’italiana, che ormai si è trasferita qui da anni. Le sue sistemazioni sono
un po’ più costose, come la cucina italiana che propone : quindi se avete nostalgia
del cibo italico, preparate un po’ di
dollari… Ritorniamo alla nostra capanna e sperimentiamo la doccia. E’ una sola,
in
comune per tutti gli ospiti di Derick’s e si trova alle spalle del dormitorio.
E’ costituita da una sorta “gabbiotto” senza soffitto, fatto di foglie secche
di palma, all’interno del quale in un ambiente fin troppo carino, che ricorda
molto le composizioni orientali, con rocce, piante e conchiglie, c’è una pedana
di legno, una rudimentale mensola dove appoggiare le cose e un enorme bidone
blù di plastica, pieno di acqua dolce, che proviene da un tubo collegato al pozzo
poco distante.
Sulla mensola un’utilissima bacinella, che consente di versarsi addosso
l’acqua. Quindi ci si insapona e ci si risciacqua, tutto praticamente
all’aperto : strano, simpatico, divertente, comodo, inconsueto… A questo punto
un pò di relax sulle amache tra le palme a ridosso del mare, da dove vediamo
spegnersi il giorno. Veniamo avvolti dalla notte, ma questo disagio dura circa
una quarantina di minuti; poi, infatti, dal mare, sorge la luna, che con uno
spettacolo incredibile riporna il "giorno". In un ambiente privo di energia elettrica
e quindi della più piccola luce, il
buio è totale e la luminosità della luna piena ha la stessa forza del sole. Le
stelle sono migliaia e si distinguono tutte…, incredibile… Sfruttando questo
faro naturale, ripercorriamo il sentiero che porta in “paese”, utilizzando solo
nei tratti ricchi di vegetazione la nostra torcia e dopo aver cercato invano
un ristorante che ci cucinasse la “concha” (la
conchiglia…), ci dobbiamo “accontentare nuovamente dell’aragosta di Aries…, che
nuovamente ci soddisfa.
Concludiamo la serata partecipando al “Full Moon Party”, in cui si aggregano
un po’ tutti, indigeni e viaggiatori presenti sull’isola… Musica afro, qualche
Toña, uno spettacolo di un fachiro, mangiafuoco, quindi passeggiata di ritorno
e via a dormire…
19 Gennaio 2003 - Corn Island Pequeña. Piove ! Che sfortuna abbiamo ? Il cielo
inoltre è completamente coperto e
grigio…, non sembra il temporale passeggero di ieri, che dura il tempo di un
pranzo per poi svanire incalzato dal sole e dall’azzurro del cielo… Resto sul
letto nella capanna e leggo il libro che saggiamente mi sono portato da casa
e che doveva servire a rendere meno noioso il volo di ritorno.
Non è poi così male…, certo il sole, il mare, girare per l’isola sarebbe stato
meglio…, ma anche starmene un po’ a poltrire leggendo, mentre la pioggia picchietta
sulle foglie di palma che costituiscono il tetto della capanna non mi dispiace
così tanto !
Mezzo giorno… : piove ancora a tratti. Merda ! Adesso basta, inizio a rompermi
le scatole… Finalmente alle due del pomeriggio il tempo ci da una tregua, che
risulterà definitiva (fortunatamente…). Ne approfittiamo per andare a cercare
un posto dove mangiare qualcosa. Insieme a Marcus, seguiamo la spiaggia verso
sinistra, superiamo la “Farm
Peace and Love” di Paola e poco oltre troviamo la casa-capanna, dove dimora uno
stravagante ragazzo canadese, amante della cultura jamaicana, che il giorno prima
avevamo incontrato lungo la spiaggia e ci aveva detto che faceva da mangiare
su ordinazione. Noi non abbiamo ordinato, ma magari qualcosa da mettere sotto
i denti la
troviamo lo stesso… Distinguere il posto dalla spiaggia è semplicissimo, visto
che davanti alla
struttura campeggia e sventola una bandiera dell’Etiopia.
La casa è ai limiti della realtà…, come faccio a descriverla…, bisogna vederla
per poter capire… E’ costituita da una parete di muratura, integrata da legno,
lamiere, bambù e foglie di palma… Improvvisata, fatiscente, ma in un certo senso
affascinante… Ci avviciniamo e subito ci viene incontro il nostro amico rasta.
Gli diciamo
che vogliamo mangiare qualcosa e ci risponde che può organizzare un mini
pasto…, quindi ci sediamo di fronte, ad un tavolo ricavato con una lamiera rettangolare,
avendo come sedie due tronchi… Se non altro caratteristico… Dopo 5/10 minuti
ecco il nostro spuntino : una zuppa vegetale, fatta di juca, cipolla, latte di
cocco e peperoni e una coda di barracuda. Da bere, ordiniamo tre refrescos al
mandarino.
L’aspetto della zuppa non è dei più appetibili, poi a me le zuppe non piacciono,
quindi salto volentieri l’assaggio… Per Marcus e Michele è una pacchia; si dividono
in due, quello che avremmo dovuto mangiare in tre. E sembra che sia anche molto
buono ! Soprattutto il
barracuda… Visto che il tutto è un po’ improvvisato, il simpatico canadese, ci
dice di
lasciare un’offerta solo per i refrescos, così ce la caviamo con 50 C$ in tre
!
Visto che non piove, proseguiamo il nostro giro dell’isola, continuando nella
direzione intrapresa e superato un altro gruppo di capanne, molto più costose
delle nostre e tutto sommato meno accattivanti come impressione, pieghiamo verso
l’interno, seguendoli sentiero che dovrebbe portare al paese. Il sentiero sale
sino alla collina sulla cui estremità è posto il faro, che
però è fuori funzione.
Siamo sulla massima altura di Corn Island Pequeña, e di fronte a noi vediamo
la baia sulla quale sorge il “pueblos”. Piccola sosta, quindi proseguiamo, scendendo
dalla parte opposta e raggiungendo il paese, da dove, attraverso il solito sentiero,
facciamo
ritorno da Derrik’s.
Una bella doccia, sfruttando l’ultima ora di luce del giorno e…, ricomincia a
piovere !
Questa volta è un temporale passeggero, che tuttavia, ci lascia dopo
un’oretta… Immediato conciliabolo e decisione di andare a cenare, ma non in paese,
bensì da “Elsa” sulla spiaggia a poca distanza da “Casa Iguana”. E’ l’unica che
sembra cucinare la “concha” e non vogliamo perdere l’occasione di assaggiarla.
Ci incamminiamo seguendo la spiaggia nel buio più totale, visto che le nuvole
oscurano la luna piena, facendoci luce esclusivamente con le nostre torce. La
bassa marea agevola il nostro cammino, lasciandoci una grande porzione di spiaggia,
che di fatto durante il giorno non si ha a disposizione e tra un
granchio e l’altro che scappano veloci appena vengono illuminati, dopo una ventina
di minuti raggiungiamo il ristorante di “Elsa”.
Tutto è buio…, solo una lieve luce su un tavolo. Elsa, cortese signora,
anch’essa dai tratti aficani ci viene incontro e ci comunica, con nostro profondo
disappunto, che non dispone di energia elettrica e di conseguenza
non può cucinare : profonda delusione ! Non ci resta che proseguire verso il
paese… Altri dieci minuti e siamo nuovamente seduti al ristorante di Aries, dove
ormai siamo clienti fissi, per
cenare con un’ottima aragosta ! Finiamo di mangiare e ripartiamo per fare ritorno
alle nostre capanne : non
voglio rischiare di prendere l’acqua !
L’intuizione è giusta, il risultato un po’ meno… : a due terzi del cammino riprende
a piovere e subito intensamente.
Quando arriviamo da Derrik’s, Michele e Marcus, sono completamente bagnati, mentre
io grazie al k-way, saggiamente indossato, ho limitato i danni !
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