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Lyobaa
"I found
a stone, a wreath of flowers
which are still used by the Indians
in their burial ceremonies
and the remnants of a wax candle
which some pious had lighted
to appeal to the gods of Mictlán
for the eternal rest of his relatives"
Alfonso Caso
"Che cos'è il tempo!".
Mi sono chiesto più volte. Davvero credevo che fosse la quarta
dimensione dello spazio fisico ed il mio corpo l'esuberante
essenza di tale convinzione. Credevo pertanto che il tempo
fosse un'entità nebulante, priva di contorni, ma domabile
con il determinismo della mia scienza e dei miei pensieri.
E mi riempiva l'animo di una furente consapevolezza di onnipotenza.
Tempo. Spazio. Presente. Poi, a circa 40 km da Oaxaca, in
Messico, una città, Lyobaa il cui nome in lingua zapoteca
significa "la Tomba", trasformò ben presto la mia convinzione
in latitante certezza. La clandestinità di un dubbio sempre
più acuto si insinuò tra le pieghe della mente e Mitla, o
Lyobaa, apparve come il labile confine di una nuova coscienza.
Mitla non è fra le mete turistiche più ambite da chi decide
di viaggiare in Mexico. Pochi, addirittura, sanno di questa
piccola meraviglia addormentata nel torpore del clima tropicale.
Un sonno secolare avvolge le sue pietre su cui il tempo par
che non abbia mai posato le sue ombre. Anzi. Non è mai esistito
il tempo, qui a Mictlán, nella "città dei defunti". La sensazione
che provai appena sceso dal pullman nei pressi di una fermata
immaginaria fu quella caratteristica di quando si oltrepassa
la soglia di una dimensione spettrale, irreale. Fra gruppi
di cani randagi e smagriti e cespugli di calafate secchi mi
avvicinai sospettoso all'ingresso del sito archeologico, attraverso
un viale pavimentato di ciottoli su cui si affacciavano cumuli
di cianfrusaglie e lo sguardo sorpreso di assonnati negociantes.
Nuvole fluttuanti di moscerini si prodigarono nel darmi un
caloroso e quanto mai singolare benvenuto e poi voci di bambini
rimbalzarono dagli angoli più remoti come echi dall'oltretomba.
"Ma dove sono finito?". Reclamò inevitabilmente la mia curiosità.
Mitla non rispose. Mitla non si concesse immediatamente alla
mia umana richiesta. Sembrava quasi volesse essere corteggiata
come un'amante premurosa e soltanto dopo mi avrebbe fatto
dono della sua più intima natura. E così fu. Dopo la mia iniziale
esitazione Mitla si spogliò della sua inquietante armatura.
Contemplare il cielo aperto disteso all'interno della "grande
stanza delle Colonne", magica anticamera alla "casa della
forza vitale o yopeé", mi estasiò e mi appagò delle energie
spese per raggiungere il Messico. E mentre il sole disegnava
insolite ombre tra le decorazioni in rilievo sulle pareti,
anch'io mi sentivo parte di questo labirinto di misteri e
come in un incantesimo assumevo ora le sembianze del serpente
piumato, Quetzalcoatl, ora quelle dell'uomo dalla barba bianca,
Viracocha. Mitla era questo e più. Era una sorta di limbo
dantesco dove le anime dei pochi fortunati attendono di essere
traghettati verso la ricompensa dell'illuminazione. Insomma
una zona di sospensione, una porta verso uno spazio fisico
dove il tempo non esiste. Già, perché il tempo è una deliziosa
necessità che dà senso solo ai nostri inevitabili ritardi.
A Mitla, sulla frontiera luce-ombra, non si vive né si muore.
Mai.
di Paolo Marcoionni
piramoetisbe@yahoo.com
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