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Cino Boccazzi
"I serpenti di pietra"
tratto da "Le donne blu e altri racconti"
Neri Pozza, 2002
Nota bio-bibliografica
Cino Boccazzi è nato ad Aosta nel 1916 e risiede a
Treviso. Ha compiuto ventidue traversate nel Sahara, dodici
viaggi nello Yemen, Arabia Saudita, Siria, Giordania. Biografo
di Lawrence d'Arabia. Ha scritto romanzi e libri di viaggio.
Si ricordano La via dell'incenso (Neri Pozza), La bicicletta
di mio padre (Neri Pozza - Premio selezione Campiello 1999),
Sahara (Neri Pozza) e Le donne blu (Neri Pozza, 2002). Per
saperne di più su Cino Boccazzi andate al sito www.neripozza.it
AFRICA
DESERTO DEL GRAN TENERE
Sono dovuto tornare indietro
di cento milioni di anni per ritrovare i serpenti di pietra.
Sembra quasi una favola ed è invece una storia vera cominciata
qualche anno fa in quello che viene chiamato il "deserto ei
deserti" ed è il Gran Ténéré.
In questa sterminata distesa di sabbia che le dune disposte
in file lunghe oltre mille chilometri, formate da un vento
che soffia implacabile da millenni, fanno simile a un mare
tempestoso, ho trovato la prima traccia dei serpenti di pietra.
Fall Arnud, la vecchia guida tuareg che mi accompagnava, disdegnando
la mia bussola e affidandosi solo al misterioso istinto che
gli faceva ritrovare piste dimenticate, aveva segnato l'orizzonte
col suo dito nero:
"Laggiù, dove nessuno va mai, vedi, dove cielo e sabbia si
confondono, c'è una montagna nera,
adrar ikilen ablal."
L'antica lingua tamascek in cui si esprimeva aveva
un suono cantante che subito si disperdeva, lingua fatta per
i vasti spazi e per non turbare il silenzio.
"Perché parli sempre sottovoce Fall?"
Aveva, nel viso nerissimo, per una antica mescolanza di sangue
sudanese, due occhi sconcertanti, lucidissimi, simili a quelle
pupille di smalto che ancora turbano nelle tombe egizie.
Sorridendo, gli occhi erano due fessure:
"Gran docteur", mi rispose, "io parlo piano perché non bisogna
turbare il silenzio. Chi distrugge il silenzio, distrugge
una delle vie che portano a Dio.
E poi qui nel deserto c'è il diavolo, è laggiù!"
Laggiù, l'orizzonte tremolava in un miraggio di acque limpide
che il vento sembrava increspare.
"Aman tchimeroulin, acqua che scappa", continuò Fall,
"o meglio, quella è l'acqua del diavolo.
Ma i serpenti di pietra, quelli non scappano mai e tu un giorno
li vedrai!"
"Perché li vedrò Fall?"
"Perché tu sei mio amico, la prima tazza di tè la offri sempre
a me, e mi hai messo da parte le scatole di sardine e di tonno,
perché sai che la mia religione mi vieta di mangiare la tua
carne in scatola."
"MA io ritornerò in Europa, Fall."
"No, gran docteur, tu ritornerai nel deserto, molte volte
ancora e una volta per sempre e troverai me, dovunque tu vada."
Ero in Europa da molti mesi e Fall Arnud nel mio ricordo era
solo un punto nero su una duna, laggiù nel Ciad, dove lo avevo
lasciato, a duemila chilometri da casa sua. Cosa potevano
essere i serpenti di pietra? Delle formazioni rocciose lavorate
del vento, oppure si riferivano a qualche antica leggenda
di cui si era perso il significato, come quella che m'aveva
raccontato un nomade tubbù di un animale alto come tre giraffe,
lungo come dieci coccodrilli, coccodrillo che camminava in
piedi e volava con delle immense ali nere, piene di artigli,
laggiù, oltre le montagne nere del Termit o nel Nufunga, dove
nessun uomo bianco o nero va mai.
Qualche mese dopo ero ad Adadéz e nella bellissima città sahariana,
fatta di fango rosso, sotto l'alto minareto irto di travi
su cui erano appollaiati i falchi e i corvi, avevo incontrato
Fall Arnaud. Era vestito di bianco; un turbante azzurro e
il litham, il velo tuareg, gli coprivano il viso, e gli occhi
lampeggiavano di gioia:
"Tu est revenu, gran docteur!"
Le sue splendide figlie Adhisa e Famah sorridevano con lui
e parlavano con uno squittio di passere. Ero ritornato per
vedere i serpenti di pietra, laggiù in qualche posto del sud,
fuori da qualsiasi pista. Ma Fall, l'amico di tante piste,
con cui avevo passato giorni che non finivano mai nelle sterminate
distese del sud, non poteva venire con me. Qualcuno, molto
potente, non voleva che gli abitanti di quelle località potessero
conoscere la pista che portava laggiù. Perché laggiù pare
ci dovesse essere qualche cosa di molto temibile dei serpenti
di pietra. I francesi, che col loro esercito presidiavano
i pozzi, discretamente perché il paese non era più loro, lo
chiamavano uranio. Infatti un aereo ricercatore dotato di
particolari apparecchi lo aveva rivelato nella zona del sud
di una provincia di cinquecentomila quadrati, grande quanto
la Francia. E forse i serpenti di pietra, come i grifi di
marmo sui portoni delle cattedrali gotiche, lo custodivano.
Fu così che nell'aprile del 1971, attraverso il deserto, senza
pista, in una sera in cui la tempesta di sabbia ci toglieva
il respiro, trovai i serpenti di pietra. Dalla sabbia emergeva
una striscia di roccia di un pallido azzurro su cui spiccava
una enorme spina dorsale fatta di vertebre di roccia lunga
diciotto metri: la spina dorsale di un dinosauro morto cento
milioni di anni fa. E ancora , lì a destra, un altro serpente
con l'enorme coda arricciata, come per un ultimo spasimo;
poi una mascella irta di denti immani. Poi dei femori, alti
due metri; più simili ad antichi tronchi rugosi che a ossa,
e lastre di ardesia, no resti di placche ossee che coprivano
corpi mostruosi.
Eravamo arrivati nel cimitero dei dinosauri, nel più grande
cimitero dei dinosauri del mondo, e neanche dieci giorni di
Land Rover bastavano per percorrerlo tutto. Cento milioni
di anni fa erano morti lì, dove adesso li vedevamo, e qui
quello che prima sembrava leggenda o racconto fantastico diventava
di colpo storia e scienza. Ci fu un tempo, nella storia della
terra, che i geologi hanno chiamato "Mesozoico" o Secondario,
diviso in tre periodi Triassico, Giurassico, Cretaceo, in
cui il globo fu popolato da rettili giganteschi. Duecentocinquanta
milioni di anni fa, da un gruppo di anfibi labirintodonti
presero origine i rettili, i primi vertebrati che riuscirono
a staccarsi dall'ambiente subacqueo. In uno dei periodi del
Secondario, nell'ultimo, i rettili si ammalarono, o meglio
degenerarono per un gigantismo progressivo.
Il terreno su cui io mi trovavo apparteneva appunto al Cretaceo,
l'era dei rettili giganti, finita cento milionid i anni fa.
Allora grandi lagune e foreste, i cui tronchi pietrificati,
simili a onice, affiorvano ovunque, si stendevano dove adesso
ci sono solo sabbia e rocce.
Per milioni di anni i mostri erano vissuti e morti qui, poi
l'acqua, carica di sostanze silicee, aveva coperto gli scheletri
che il tempo aveva fossilizzato. Dopo milioni di anni di oblio,
mutata una grande era geologica, il Terziario, iniziata un'altra
era, il Quaternario, nel suolo diventato deserto il vento
aveva cominciato a soffiare implacabile, e così, in millenni,
l'erosione eolica aveva messo allo scoperto le grandi ossa
che ancora e in parte erano fissate alla matrice di roccia.
In questo giacimento lontano cento milioni di anni, testimonianza
vivente ma presente della sua realtà immobile, il pensiero
"dragO" non mi lasciava. In tutte le civiltà della terra la
memoria del drago è tramandata o presa come simbolo, dalla
Cina al cattolicesimo, dove nell'iconografia ricorre frequente
il dragone: specie nelle immagini di San Giorgio, che è sempre
raffigurato mentre combatte con un rettile alato, e nelle
sculture gotiche e romaniche.
Ciò sta forse a significare che nell'inconscio si tramanda
da sempre un'immagine di orrore, raffigurata nel più feroce
e mostruoso animale carnivoro. Ma quando quegli animali esistevano
l'uomo non c'era, Pare che ci fossero invece dei piccoli mammiferi
di cui si sono trovate esili tracce.
Essi sarebbero in ogni caso i primi mammiferi apparsi sulla
terra.
E conosciamo ancora troppo poco l'inconscio e quanto di questo
si trasmette attraverso le generazioni per non poter dire
che da questo piccolo mammifero, che fu l'antenato di tutti,
non ci venga, attraverso le misteriose vie dello spirito,
la memoria affiorante di un remotissimo orrore.
Camminavo, e lì dove il giacimento si perde e scompare nella
sabbia, il vento aveva scoperto un tratto di roccia liscia.
Vi era impressa l'orma di un piede mostruoso: sembrava appena
fatta, come se nella notte un essere invisibile, ma sempre
presente, fosse passato accanto alla nostra tenda.
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