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Fra
i "bambini di strada" di Nairobi
"Andiamo a parlarne direttamente nell'Hotel a 5 stelle dove
mangiano e dormono" Non riesco a capire dove voglia parare
questo trentino, tagliato con l'accetta, che trasmette simpatia
e fiducia a chili. Una trentina d'anni di missione e sempre
fra gli ultimi. I meno fortunati. Nelle favelas brasiliane
prima, e negli slums africani ora. Penso non mi voglia esporre
ad inutili pericoli e mi voglia portare in qualche albergo,
magari modestissimo, dove ha ottenuto uno sgabuzzino, un sottoscala,
un locale qualsiasi, per far dormire al riparo i ragazzi.
È giù di corda Padre Franco. Un paio d'ore prima, la polizia
gliene ha portati via venti. Presi a caso. I primi che sono
riusciti ad acciuffare. La stampa locale, il giorno dopo,
darà ampio risalto all'accaduto. Grande foto. Volti terrorizzati
di bimbi fra poliziotti sorridenti, evidentemente soddisfatti
del loro operato. Strana coincidenza: c'era già un fotografo
pronto ad immortalare la scena. Didascalia in sintonia: "Ragazzi
di strada arrestati. La polizia ha spiegato d'aver ricevuto
molte lamentele da pedofili aggrediti e derubati". Padre Franco
mi dice che sono retate che si ripetono regolarmente. I ragazzi
tornano dopo 3-4 giorni stravolti, abbruttiti. Cosa succeda
in quel lasso di tempo, meglio sorvolare. Un gruppo di ragazzini,
dai 10 ai 14 anni, ci corre incontro. Entusiasmo da stadio.
La maggior parte si indirizza sul loro idolo. Ma anch'io sono
stretto d'assedio da una dozzina di…fans scatenati. Tutti
che cercano le mie mani o le mie braccia (rimpiango di non
essere la Dea Kali). I più piccoli s'aggrappano a felpa e
jeans (speriamo ne escano indenni perché sono gli ultimi rimastimi
ed ho ancora un paio di giorni da passare qui). Estraggo dalla
tasca l'inseparabile registratorino e chiedo ai più vicini
il nome, facendoglielo risentire subito dopo. L'entusiasmo
raddoppia. Come succede sempre in ogni angolo del mondo dove
queste stregonerie non sono di casa. Tutti vogliono dire qualcosa
per poterla poi risentire. Sono circa le 9 di sera. Da un
baracchino nei pressi, Padre Franco comincia a far servire
la…cena. I ragazzi si siedono sul bordo del marciapiedi. Ordinatamente.
Senza strattonarsi per ottenere posizioni più vantaggiose.
Quelli del mio gruppo mi pregano di restare con loro. Temono
forse di perdere il divertente giochino. Il largo viale in
cui siamo, è il loro quartier generale. Qui vivono e qui dormono.
Il cielo come tetto. Asfalto o erba come materasso. Coperti
solo di ciò che una volta erano maglietta e pantaloni. Coricati
vicini, vicini. Schiena contro schiena per sentire meno freddo
(le notti a Nairobi sono abbastanza rigide). Mentre mi siedo
fra loro, non posso non pensare che se solo avessero voluto,
il registratorino sarebbe già sparito. Non posso non considerare
che contatti e strattonamenti hanno evidenziato che le mie
tasche non sono vuote. Anche se si tratta solo di pochi spiccioli,
una cassetta di ricambio e una piccola torcia che mi era servita
per visitare lo slum (baraccopoli) da cui la maggior parte
proviene. Roba semplice da sfilare, se solo avessero voluto.
Ma da quanto posso capire guardandomi intorno, non lo farebbero
mai. Sono con il loro padre, il loro fratello maggiore, il
loro più grande amico che difenderebbero e proteggerebbero
senza riserve. Anche a costo di subire pesanti conseguenze
da parte degli aggressori. Come è purtroppo avvenuto. E non
una sola volta. Aggressioni forse su commissione. Il personaggio
è troppo scomodo. Uno dei ragazzi più grandi passa con i chapati
(una sorta di piadina) seguiti da una scodella di palline
verdi simili a lenticchie in cui galleggia qualche pezzetto
di carne non ben definito. Un bicchiere di tè con latte come
bevanda e dessert. Ognuno aspetta ordinatamente il proprio
turno. Mangiano fino all'ultima briciola e bevono fino all'ultima
goccia con avidità. Senza soffermarsi sulla qualità del cibo
servito. Senza chiedersi a quale animale appartenga la carne
mangiata. Mi continuano a parlare con foga. Poco in inglese
e troppo in swahili, per le mie conoscenze in materia. Ma
per uno strano miracolo che nei Paesi poveri spesso succede,
il senso dei loro discorsi arriva sempre. E sempre capiscono
le mie due parole di swahili miste all'inglese. Chiedo di
cantarmi qualcosa. Riesco a far capire cosa voglio. E allora,
ognuno di loro, fa a gara per registrare canti tradizionali
della propria etnia. In lingua madre. E in quel canto, anche
se il testo mi sfugge totalmente, c'è la nostalgia per una
terra che magari hanno lasciata da piccolissimi. Una terra
che ha dato loro la vita, ma che non ha saputo poi offrire
i mezzi per continuarla. Chi appartiene a quell'etnia, canta.
Gli altri accompagnano battendo le mani o intercalando con
urla tipiche della musica africana. Cantano, cantiamo. Mi
coinvolgono. Mi insegnano le parole. Correggono con pazienza
i miei errori e la mia incerta pronuncia. Sempre allegramente.
Con spontanea e contagiosa serenità. Ragazzi con la gioia
e la voglia di vivere. Come dovrebbe essere ogni ragazzo del
mondo. Anche se questi, tutto ciò che posseggono (bucato come
una rete da pesca), lo indossano. Mi accorgo di alcune bottigliette
di plastica accanto a loro. Come fosse la cosa più naturale
del mondo, me ne passano una. La puzza di colla da falegname
di pessima qualità, mi prende alla gola. Sempre senza scomporsi,
mi spiegano che spesso la sniffano per mettere a tacere i
tremendi morsi della fame. Passano le ore, ma non hanno nessuna
intenzione di mettersi a dormire. Temono che la polizia possa
tornare. È però ora, per me, di andare. Insistono per lasciarmi
dei messaggi (tradotti in diretta da Padre Franco). Saluti,
ringraziamenti, richieste a Dio che ci protegga e ci benedica.
Per loro, poche cose. Nessuna richiesta specifica. Sogni,
per lo più. Non si augurano soldi, agiatezza, appartamenti
lussuosi, potenti berline. No, desideri innocenti. Di un candore
disarmante : poter andare regolarmente a scuola, una famiglia,
una casa in cui giocare, un letto in cui dormire. Molti di
loro non hanno mai ricevuto una carezza, un gesto di affetto,
una parola buona. Molti di loro non hanno mai conosciuto il
padre, ma solo le botte dei tanti patrigni. Alcuni hanno una
casa, se può essere definito tale un tugurio di 2x3 nel fango,
con ruscelli di liquidi organici accanto alla porta. Ma alla
sera non possono rientrare perché l'unico letto è occupato
dalla madre con gli occasionali compagni. È ormai notte fonda.
Il furgone taxi (una dozzina di posti) che mi deve portare
alla modesta stanza in cui soggiorno (ma una reggia ai loro
occhi), è lì fermo. Solo un paio di viaggiatori. Cinque ragazzi
si offrono di accompagnarmi (senza accettare alcun compenso).
"Potrebbe essere pericoloso", dice uno di loro. Uno di quelli
che la gente definisce feccia. Uno di quelli che, per negozianti
e poliziotti, infestano i quartieri. Quasi fossero mosche
tzé tzé. Sì, è vero, ogni tanto borseggiano qualche passante
o strappano la borsetta a signore troppo eleganti. Per questo
vengono aspramente rimproverati da Padre Franco che però,
quasi a giustificarli, mi fa poi capire che la battaglia contro
la fame, per degli adolescenti, è sempre troppo dura. Spesso
ne escono perdenti. Una quarantina di ragazzi mi sta davanti.
I più piccoli in mezzo. Come sempre. Protetti, per uno straordinario
rapporto di solidarietà, dai più grandi. L'incredibile personaggio
mi abbraccia come se ci conoscessimo da sempre. Come se avessimo
combattuto insieme la Grande Guerra. "Allora, hai visto il
loro hotel a 5 stelle?". Al mio cenno di assenso : "No, non
hai visto", e con un dito mi indica il cielo. "Qui a Nairobi
è sempre nuvoloso. È difficile vederne più di cinque". Una
sonora risata accompagna il primo quarto di luna che, timidamente,
s'affaccia fra le nubi.
Belma
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