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AFRICA . KENYA

La casa di Anita

"Ma ricordi ancora quali sono le tue tre?"
"Non ti nascondo che a volte ho qualche difficoltà…"

Ride Patrik nel rispondere a questa sciocca e provocatoria domanda. Siamo a tavola. Quindici bambine sono sedute con noi. Le sue figlie. Ma dodici di queste appartengono a etnie diverse. Vivevano nelle strade di Nairobi. Non è difficile, tuttavia, capire che ora formano un'unica grande famiglia. Nessuna differenza. Nessun privilegio per le tre figlie naturali. Uguali diritti ed uguali doveri per tutte. Insieme hanno preparato la tavola. Insieme hanno tagliato ananas e manghi creando nei piatti deliziose composizioni. Una delle più piccole, su incarico di Patrik, improvvisa una preghiera di ringraziamento a Dio per ciò che è in tavola. Poi, mentre la madre comincia a distribuire la zuppa del giorno, aspettano in silenzio che venga il loro turno. Nessuna , se non direttamente interpellata, interviene nei discorsi degli adulti. Eppure, fino a poco prima, erano bambine come tutte le bambine del mondo. Vivaci, allegre, gioiose. La famiglia di Patrik fa parte del progetto "Casa di Anita". Una comunità nella zona di N'Gong Hills, che ospita bambine di strada. Tre case (per il momento). Tre coppie con figli propri (per uno strano caso tutte femmine). 24 bambine inserite nelle tre famiglie. Un programma comune. Bambine che frequentano la scuola e danno una mano nel menage famigliare. Bambine abituate ad essere responsabili di se stesse. Le grandi aiutano le piccole a diventarlo. Bambine che in queste famiglie stanno ritrovando parte di un'infanzia negata da storie tristi. Troppo spesso crudeli. Bambine vogliose di recuperare il tempo perduto. Bambine che, nei momenti liberi, accettano con entusiasmo ogni attività ricreativa venga loro proposta : canti, danze, coreografie, recitazione. È un piacere vederle e sentirle. Si scatenano. Liberano l'innato istinto africano. Non finirebbero mai. Non c'è sicuramente il tempo di annoiarsi nella Casa di Anita. La comunità tende a divenire autosufficiente. 600 pulcini pigolano nel nuovo pollaio in attesa di fornire uova anche da vendere. Arnie per la produzione di un ottimo miele. Manghi, banani, ananas, mais, verdure, ortaggi nei terreni della comunità. Un grande pozzo in costruzione che consentirà di irrigare un campo, appena acquisito, ad un centinaio di metri. C'è un briciolo di apprensione nella voce di Patrik quando parla del futuro di queste ragazze, una volta maggiorenni. In Kenya non ci sono molte prospettive di lavoro. Men che meno per donne. E la comunità è in un posto splendido, a 2000 metri di altezza, ma abbastanza isolato. "Ci daremo da fare. Organizzeremo grandi feste. Inviteremo i giovani dei villaggi vicini. Se non si trova lavoro, qualche buon matrimonio si troverà sicuramente…" Ride di gusto Patrik nel pronunciare queste battute. Ma, in cuor mio, spero realmente che qualcosa del genere si possa verificare. Le strade di Nairobi sono sempre troppo aperte e maledettamente invitanti per giovani ragazze…

Anita Home - Koinonia Comunity - P.O.Box 21255 - Nairobi (Kenya)


Il Pifferaio di Kivuli e i topini di Nairobi

C'erano una volta dei topini. Vivevano nelle strade con tanti altri topini come loro. Dicono centomila solo a Nairobi e mezzo milione in tutto il Kenya. Erano disprezzati da tutti. Scacciati, presi a bastonate perché, secondo i benpensanti, infestavano le strade. Spesso arrivava direttamente la polizia a disinfestare. Ed allora la violenza si moltiplicava. Alcuni di loro venivano caricati su grandi carrozzoni e portati in luride fogne. Alla mercé di coccodrilli e ratti molto più grossi di loro. Quante volte accucciati sul duro selciato, esposti al freddo ed alle intemperie delle notti di Nairobi, avevano sognato un kivuli, un tetto, un riparo. Quante volte avevano desiderato un letto, il tepore di un affetto, una carezza, una parola buona. Ogni bambino sa che, nel mondo fatato delle fiabe, tutto può divenire realtà. Ed per quei topini il desiderio si avverò. Un bel giorno arrivò un pifferaio. Il suo colorito era molto più chiaro del loro (uno di loro lo paragonò ad una focaccia scotta). I suoi capelli erano come rami di una acacia secolare smossi dal vento. La sua lunga barba, morbida come batuffoli di cotone appena raccolto. Dal suo piffero uscivano nenie dolcissime. Dalla sua bocca storie affascinanti. Raccontavano di un Dio buono e misericordioso. Di suo Figlio che aveva voluto nascere in una terra dove, come da loro, le guerre fra tribù rivali erano continue. Dove venne addirittura crocifisso perché, povero fra i poveri, girava con alcuni discepoli a predicare l'uguaglianza, a difendere i diritti dei più deboli, compresi i topini come loro. Anche il pifferaio aveva discepoli ma, anche se cresciuti, erano come loro. Parlavano la stessa lingua. Erano usciti dagli stessi slums da cui la maggior parte di loro proveniva. Il pifferaio li invitò a seguirlo nel suo Kivuli. E lì, il miracolo si compì. I topini si trasformarono, come per incanto, in ragazzi. Nessuno più li bastonò. Nessuno più li disprezzò. Nessuno più li chiamò "topi di fogna", ma per nome : David, George, Samuel, Moses, Evans, Jacob, Peter, Marc, Kevin, Martin. Poterono finalmente dormire in un letto vero, mangiare regolarmente, indossare magliette e pantaloni non più bucati come reti da pesca. Poterono giocare, cantare. Poterono avere una divisa e frequentare regolarmente la scuola come i ragazzi che avevano tanto invidiato. Vedevano altri topini arrivare e, dopo un sorriso del pifferaio, diventare miracolosamente ragazzi. Sì, il mondo del pifferaio era realmente il Kivuli che avevano sognato. Tutti vivevano felici. Sì, accanto a quel pifferaio che aveva scelto di chiamarsi Kizito, come uno di loro, si sentivano finalmente al sicuro. C'era solo un sogno ricorrente che, a volte, turbava i loro sonni. Il ricordo di una figura femminile che un giorno si scordò di loro. Nei sogni cercavano disperatamente di rincorrerla, di afferrarla, di aggrapparsi ai suoi abiti. Ma invano. Ogni volta si allontanava. Si dileguava. Quella figura, forse, avrebbe voluto fermarsi. Forse sentiva forte il desiderio di abbracciarli. Di tenerli vicini. Di non lasciarli più andare via. Ma capiva anche che il kivuli che poteva offrire era troppo misero. Del tutto inadeguato a ciò che quei ragazzi meritavano…

Belma

Kivuli: tetto, ombra, ospitalità.

Kivuli Centre - P.O. Box 21255 - Nairobi (Kenya) - E-mail : kizito@maf.or.ke
Per l'Italia: Amani Onlus - Via Gonin, 8 - 20147 Milano - tel.02.41.21.011
E-mail : amani@iol.it - www.peacelink.it/amani.html

 


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