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AFRICA . GHANA

“In my Father’s House” (Nella Casa del Padre mio)
“Im my Father’s House” è una città dei ragazzi ad Abor, nel sud est del Ghana, nei pressi del Togo. Nata dall’idea di un Missionario Comboniano, Padre Peppino Rabbiosi, ospita 83 bambini dai 4 ai 17 anni, di ambo i sessi, prevalentemente senza famiglia.
Oltre a Chiesa, dormitori e refettorio, sono operanti all’interno scuola materna e scuole primarie (elementari), riconosciute dal Ministero. Fra le costruzioni, ormai in fase avanzata, un piccolo dispensario, altri dormitori e aule scolastiche che dovrebbero ospitare anche le scuole secondarie (medie).
Nei due mesi di permanenza, obbligato dalle necessità a farmi carico dell’aspetto sanitario, pur non essendo medico, (somministrazione medicinali, medicazioni di ferite più o meno infette, fasciature, ecc.), fra malati veri o… immaginari (desiderosi solo di un poco di attenzione), ho potuto entrare maggiormente in contatto con questi bambini, guadagnandone la fiducia. Tante sono le testimonianze significative raccolte. Queste che seguono ne sono un esempio.

Francis ed il mostro insaziabile
“Pensi che dopo potrò giocare a pallone?”
“Perché no? (Why not)
Cosa si può rispondere ad una domanda così diretta? Cosa si può rispondere ad un ragazzo che ti stringe come una morsa e si appiattisce sul tuo torace quasi voglia penetrarvi? Un ragazzo che sta entrando in sala operatoria per un intervento dall’esito non scontato. La sua gamba sinistra è a forte rischio. Per tutti era e resta da amputare. Ma un chirurgo tedesco, in Ghana da una vita, forse può fare il miracolo. Forse la riesce a salvare.
Francis ha 16 anni. Forse 17 (non è stato possibile risalire con esattezza all’anno di nascita), ma ne dimostra una dozzina scarsa. Il suo corpo è deformato e dilaniato da osteomelite spongiforme. Malnutrizione e carenze igieniche hanno ulteriormente aggravato la situazione. Due occhi dolcissimi da gazzella in cui si legge il terrore per ciò che potrebbe succedere oltre quella porta. Il terrore di essere nuovamente abbandonato perché non utile alla comunità. Perché impossibilitato a lavorare come tutti gli altri. Il terrore che possa essere scaricato anche da quel Padre che una Mano guidò un giorno nel suo villaggio e lo raccolse. Raccolse un povero mucchietto di ossa, corrose da un mostro insaziabile, ma alimentate da una forte volontà di vivere. Nonostante tutto e tutti.
Solo facendo leva su questa forza l’ho convinto a provarci. Ha fiducia in me. Quella Mano che un giorno guidò il missionario, forse ha aiutato anche me a trovare le parole giuste. Gli prometto di restare qui. Di aspettarlo e stargli vicino anche se lui sarà addormentato. E quando, dopo alcune ore, la porta si apre e spunta il lettino, i miei occhi cercano immediatamente i piedi:
“Grazie!”
Un pensiero al Grande Artefice, mentre gli occhi, velati di lacrime, sono fissi sui due piedi. Sì, ci sono tutti e due.
Esce l’assistente, una dottoressa tedesca dalla imponente stazza, con un sorriso a tutta bocca. Mi conferma il buon risultato. Il chirurgo ha potuto fare un buon lavoro di ricostruzione dell’arto.
Dopo una ventina di giorni lo riporto a casa. “Nella Casa del Padre mio” (In my Father’s house).
E l’ultimo, interminabile abbraccio prima di partire è per lui. Come gli avevo promesso.

Daniel, il giovane poeta
“Perché mi avete messo al mondo se poi mi dovevate abbandonare così presto? È dura la vita per un bambino se nessuno l’aiuta, se nessuno gli dice come fare…”
Questo atto d’accusa nei confronti dei genitori, colpevoli di averlo lasciato solo nei primi anni di vita (morti entrambi per malattia) è la sintesi di una lunga poesia, scritta da Daniel, un ragazzino di 12 anni. Recitata con l’angoscia nel cuore, gli è valsa un importante riconoscimento in un concorso di poesia riservato agli studenti delle scuole medie del Ghana.
Sì, Daniel, che ha compiuto da pochi giorni 14 anni, scrive poesie. In Ewe. Nella lingua della sua etnia. A una di queste la stampa locale ha dato importante spazio. Esorta i giovani africani ad essere fieri della loro africanità. A non fuggire in America o in Europa. A non ripudiare le proprie radici, le proprie tradizioni per inseguirne altre non loro. Cose sconvolgenti se dette da un ragazzino che ha sempre vissuto in poveri villaggi, nei pressi del fiume Volta.
Sì, Daniel scrive poesie da quando aveva 12 anni, ma a 10 anni non sapeva ancora scrivere. Non era mai entrato in una scuola nonostante lo volesse con tutte le sue forze. Per il parente (ammesso che lo fosse) a cui era stato ceduto, era un lusso che non si poteva permettere. Una inutile perdita di tempo. Non era per gente come lui. Solo lavorando duro poteva sperare in qualcosa da mangiare. E a 7-8 anni il lavoro per Daniel era davvero duro. Immergersi prima che facesse chiaro nelle acque del fiume ed andare poi a rivendere il pescato, con una cesta sulla testa, nei mercati. Sovente, se i raccolti non erano soddisfacenti, severe punizioni accompagnavano (o sostituivano) il poco cibo.
Ma la curiosità e la fame di sapere (certamente non inferiore a quello che il suo stomaco reclamava) non potevano passare inosservati. Le voci che riguardavano questo ragazzino dai modi così educati, arrivarono anche al villaggio della vecchia nonna, ad una trentina di chilometri. Nonostante i tanti acciacchi che le impedivano di muoversi normalmente, non esitò ad andarselo a riprendere una volta appurato che si trattava del nipote.
Il direttore della locale scuola si interessò personalmente della sua istruzione. “Era sempre pronto a ricevere più di quanto gli riuscissi a dare. E le garantisco che non era poco”, mi confidò quando lo andai a trovare.
Un giorno, quasi per caso, si accorse delle poesie che Daniel cominciava a scrivere. Lo incoraggiò. Lo designò come rappresentante della scuola alle varie selezioni, che Daniel superò senza problemi, di quel concorso per giovani poeti e musicisti. Nella giornata finale 64 distretti scolastici erano rappresentati. Centinaia di persone lo hanno applaudito. Centinaia di persone hanno pianto con lui.
Ora, con 82 bambini che hanno alle spalle storie tristi come la sua, è “In my Father’s House”. Ha la fortuna di poter frequentare regolarmente la scuola ed ha recuperato abbondantemente il tempo perduto. Daniel vuole diventare dottore. È conscio che sarà dura, ma promette di mettercela tutta:
“Anche se l’Università mi porterà lontano, tornerò nel mio villaggio. Troppi bambini hanno bisogno di cure e non se le possono permettere…”
Lo guardo; non riesco a credere che dietro quegli occhi sinceri ci sia solo un ragazzino di 14 anni, compiuti da pochi giorni.

Selasi e l’atavica rassegnazione
“Thank you. (Grazie)”
Che dolce suono. È solo una parola pronunciata quasi sottovoce, ma ha lo stesso impatto di un concerto di campane.
“Thank you”.
È la prima parola che gli sento pronunciare da quando sono arrivato in “My Father’s House”. Una decina di giorni. E ne ho passate di ore accanto al suo letto.
“Thank you”.
Quasi non ci credo, mentre lo guardo negli occhi e vi scorgo finalmente un poco di luce.
L’ho aiutato a sedere nel letto e sto iniziando ad imboccarlo. La febbre è calata; se si riesce ad alimentare normalmente, eliminiamo alcune flebo.
Selasi si sta piano piano riprendendo da un bruttissimo attacco malarico, con febbre sempre molto alta. Una sorta di foruncolosi, diffusa su tutto il corpo e diagnosticata inizialmente come varicella, ha ulteriormente aggravato la situazione.
Ha 12 anni Selasi, ma nel letto che gli abbiamo approntato accanto alla nostra camera per tenerlo maggiormente sotto controllo e per non correre rischi di contagio, sembra ancora più minuto di quanto in realtà sia.
“Ma allora non sei muto. Ce l’hai la voce” gli dico sorridendo.
Quante volte l’avevo esortato, anche in modo brusco, per farlo reagire :
“Non pretendo che tu sorrida. Non ne avresti motivo. Ma fai qualcosa. Rispondimi anche male, se credi, ma parla. Dì qualcosa”.
Il suo volto non cambiava espressione : una maschera senza vita. I suoi occhi, pur aperti, erano un monitor spento : non trasmettevano alcunché. Accettava passivamente ogni sorta di tortura, flebo o iniezioni che fossero. Come un automa ingurgitava decine di compresse. Inerte come un manichino mentre lo imbiancavo da capo a piedi con un ributtante liquido dermatologico. Senza alcun gesto di insofferenza si lasciava lavare prima di questa operazione.
Questa accettazione passiva di una grave malattia, questa rassegnazione di fronte alle conseguenze più tragiche mi sconvolgeva. Quante volte è stata descritta l’atavica rassegnazione dei meno fortunati quando aleggia minaccioso lo spettro di chi li vuole traghettare in un’altra vita. In quanti filmati l’abbiamo vista. È capitato anche a me di vederla. In India e in Mali. Ma anche se erano tremendi pugni nello stomaco, erano persone che non conoscevo. Con cui non avevo contatti diretti. Non la riuscivo ad accettare in questo dodicenne descritto come pieno di vita e fanatico del pallone.
“Thank you”
È solo una parola, ma intuisco che è l’inizio del suo risveglio, della sua riscossa. E infatti scompare la febbre e scompaiono… i biscotti che continuamente gli lascio sul tavolino.
“Thank you”
Mentre sfebbrato, ma ancora debole, guarda il mare dove i suoi compagni si stanno spruzzando e spintonando.
“Thank you”
Mentre sudato e visibilmente soddisfatto, prende dalle mie mani il pallone che era uscito nei pressi.
“Thank you”
Mentre una sera mi si viene a sedere vicino, sui gradini della chiesetta, dove stavo meditando sulla straordinaria esperienza che stavo vivendo.
Mentre mi appoggia la testa sulle gambe e si addormenta.

Storie tristi a lieto fine
Quante storie. Tutte diverse, ma tutte con denominatori comuni : tristezza, sofferenza, abbandono.
Bambini abbandonati perché orfani. Abbandonati perché la madre, con compagni spesso diversi, non si poteva prender cura di loro. Trascurati perché, causa malformazioni, non erano in grado di garantire aiuto. Trascurati perché mostri insaziabili divoravano loro le ossa. Trascurati perché, causa malnutrizione, il loro ventre si era gonfiato come un enorme pallone.
Bambini in tenerissima età, coetanei di quelli che da noi vengono accompagnati fino al portone della scuola perché in macchina non è consentito andare oltre, costretti ogni giorno ad inventarsi come fare per sopravvivere. Il che non significa solo procurarsi qualcosa per tacitare i tormentosi morsi della fame.
Bambini che, tuttavia, hanno avuto il colpo di fortuna (mi sia consentita questa grottesca espressione viste le tragedie che li hanno visti protagonisti). Si, ripeto, bambini che sono stati fortunati perché fra migliaia e migliaia di altri come loro, sono stati sorteggiati. Hanno vinto una lotteria ben più importante di quelle che imperversano in tutto il mondo, creando illusioni fra la povera gente. Hanno trovato qualcuno sulla loro strada che li ha raccolti ed accompagnati Nella Casa del Padre mio, dove ora possono mangiare regolarmente, possono dormire al coperto, possono lavarsi con acqua corrente, possono frequentare la scuola. Possono sognare di diventare missionari, agronomi, dottori, informatici, chimici, autisti, meccanici, infermieri.
Possono realizzare, giorno dopo giorno, che in questo mondo c’è posto anche per loro. Che anche a loro è consentito giocare un ruolo da protagonista.

Bambini e Generosità
Una delle tante cose che amo dell’Africa, è che nessuno fa caso alle… padelle che hai su maglietta e pantaloni.
Se poi vivi fra bambini, diventano come i marchi degli sponsor sulle maglie dei ciclisti : inevitabili.
Entri nel refettorio con maglietta e pantaloncini freschi di bucato (insomma, lavati alla benemeglio) e, mentre cammini fra i tavoli, decine di mani unte di “fufu” (polentina tipica ganese) intinto nel sugo e mangiato rigorosamente senza posate, sono pronte a lasciare affettuosamente le loro indelebili impronte. Quelle mani ti sfiorano, ti accarezzano, reclamano attenzione. Quelle mani si alzano per offrirti un pesciolino, un pezzetto di carne, un morso di banana, togliendoli da razioni mai sufficienti per la fame retrodatata che i loro proprietari si portano. Come è facile capire, sono tutti, purtroppo, abbondantemente sottopeso per la carente e inadeguata alimentazione (quando non era del tutto mancante) prima di entrare nella Casa del Padre mio.
E tutto ciò ti commuove perché t’accorgi che non è solo un gesto di cortesia. Devi sfoderare tutta la diplomazia di cui disponi per rifiutare. Se lo accetti da uno, lo devi accettare da tutti. E questi sono 83. Allora sorridi, accarezzi loro la testa, baci qualche fronte e, quando non è sufficiente, ti inventi inesistenti mali di pancia.
Quando poi, prima di coricarti, ti sfili la maglietta, la guardi con simpatia quasi fosse un’opera d’arte moderna. Un quadro naif realizzato appositamente per te.

Bambini e devozione
Alzi la mano chi da bambino ha sempre partecipato con entusiasmo al Rosario che, almeno ai miei tempi, quotidianamente veniva recitato in famiglia o in Chiesa. Chi non posava spesso gli occhi su quei grani che sembrava scorressero sempre troppo lentamente?
Nella Casa del Padre mio è stato adottato un sistema simpatico per tenere sempre attiva la partecipazione. Soprattutto fra i più piccoli. Un’Ave Maria a testa. E chi non ha la coroncina, conta le teste di chi lo precede per capire se a lui capiterà un’Ave o un Gloria. Ma, ad onor del vero, va detto che anche le risposte dimostrano che è una pratica sentita. Vissuta senza insofferenza.
Sicuramente la partecipazione è ancora più sentita quando si intonano i canti. Quando le percussioni segnano il ritmo. Quando a decine si può uscire dai banchi e, danzando, dare libero sfogo alla innata musicalità. Quando i refrain vengono continuamente alimentati e riproposti, rendendo i canti interminabili.
Quando viene ancora una volta ribadito che si può pregare in tanti modi. Anche cantando e danzando. E, guardando loro, capisci che, al di là delle parole, questo è il loro modo più bello per rivolgersi all’Altissimo.


Belma


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