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AFRICA . SUD ETIOPIA

La valle dell'Omo

Un leone nostro ospite

"Qui non c'è verso di dormire. Sembra ci sia uno zoo qui fuori. Arrivano versi di ogni tipo. Persino di amplessi amorosi. Se sono solo i babbuini, giuro che, quando si fa chiaro, ne faccio fuori qualcuno..."
Questo è il documento sonoro registrato a notte fonda nel Mago Park.
Non è da escludere che i versi provenienti dal fiume dietro le nostre tende -affannosi prima, appagati poi- potessero anche essere amorosi. Ma è più probabile fossero dovuti ad un lauto pasto in corso.
I babbuini, però, erano a quel punto solo "comparse".
La scena era interpretata addirittura da "Sua Maestà". Sì, il Re Leone in carne ed ossa s'è degnato di farci visita. Per qualche ora è stato nostro ospite. Un ospite inatteso e, a dire il vero, un poco scomodo.
L'accoglienza ricevuta non deve averlo molto soddisfatto.Se ne è andato, infatti, senza degnarci di un saluto. Senza bussare alle nostre tende. Forse siamo statti irriverenti. Non l'abbiamo trattato come "noblesse oblige". Ma, personalmente, sono un poco sovversivo. Preferisco di gran lunga le gazzelle.
Beppino, il Capo, ha un'urgenza. Ma appena esce dalla tenda, ha un ripensamento e decide che forse è più salutare rinviare la cosa di un paio d'ore.
Lo scout, l'angelo custode assegnatoci per quella notte, tiene la situazione sotto controllo. E' armato di un fucile che, sicuramente, faceva parte dello stock di inizio secolo "donato" dall'Italia a Menelik.
Samuel è con lui, armato però solo di.....buone intenzioni.
Kadu s'affanna ad alimentare il fuoco al centro dell'accampamento.
Peter, da cacciatore consumato, si rende anche lui conto di cosa sta succedendo. La sua tenda è in "pole position". Se il leone decide di farci visita, lui è il primo ad essere salutato. La protezione offerta dall'alloggio non è certo rassicurante. Peter si sente come il primo dei "Tre Porcellini", col lupo fuori pronto a fargli la "festa". Siede al centro della tenda in posizione yoga. Nella fioca luce di una torcia semiaccesa, se ne sta immobile a meditare. Uno strano processo si sta sviluppando in lui. Una sorta di metamorfosi kafkiana lo sta trasformando da cacciatore in preda. Nei suoi occhi, il terrore dell'animale braccato.
Alle sei del mattino, mentre stiamo finendo di smontare il campo, lui è ancora in trance.
Anni fa Jannacci cantava: "Aiuto, aiuto, è scappato il leone" , curioso poi di "vedere l'effetto che fa" .
Noi, il leone, l'abbiamo avuto ad una ventina di metri e, per chi se ne è accorto, l'effetto è di quelli che lasciano il segno. Nei....pantaloni.....


Nudi con kalashnikow

Qualcosa di inquietante ti colpisce quando avvisti i primi mandriani delle tribù a ridosso dell'Omo.
Il kalashnikov ha sostituito l'inseparabile lancia e un cinturone, stracolmo di bossoli, cinge il corpo da sempre vestito solo di perline e
disegni in calce bianca.
Entri nei villaggi e tutto ' come speravi fosse; come avevi letto; come avevi visto in foto d'inizio secolo o in documentari più recenti.
Grazie all'isolamento in cui continuano a vivere, tutto è immutato.
Immutate le capanne; immutata l'usanza del disco labiale presso le donne Mursi; immutato il vezzo di usare disegni direttamente sulla pelle come abito.
Ma quel kalashnikov ti spiazza. Sporca la purezza di quelle immagini. Ogni uomo, giovane o vecchio che sia, lo ostenta come noi il telefonino.
Non ti consola molto il vederne molti in condizioni alquanto precarie ed accorgerti che buona parte dei bossoli sono usati. E, men che meno, ti affascina il valutarne l'efficienza o il verificare la presenza del colpo in canna.
Le munizioni vengono acquistate col ricavato delle foto, profumatamente pagate dagli sparuti turisti che si spingono fino qui.
Ogni scatto, è il costo di un proiettile. E quell'importo lo devi dare ad ogni individuo che entra nell'inquadratura, anche se si infila di straforo.
Non ti è concesso nemmeno il "tre per due" come in ogni supermercato che si rispetti. E la costante presenza di quel kalashnikov, nelle mani di gente tendenzialmente poco socievole, ti intimorisce non poco quando vorresti protestare contro gli abusivi intrufolatisi.
Guardandoti intorno, poi, ti viene spontanea una considerazione: se accidentalmente partisse qualche colpo, le probabilità che la polizia possa risalire al colpevole (ammesso che accetti d'arrivare fino qui), sono pari a quelle di ritrovare da noi un motorino denunciato per furto.

Le "stelle danzanti" di Turmi (Sud Etiopia)

"Che spettacolo! Se allunghi una mano, ti par quasi di cogliere le stelle ad una ad una"
Sono da poco passate le quattro e sono coricato sul greto del fiume.
Non mi sono alzato per vedere le stelle. Fini meno nobili mi hanno portato qui (sembrava che la magnesia rivendicasse, finalmente, le sue prerogative).
Ma percorrendo il sentiero che porta al fiume, mi sono trovato in un tunnel amplificato. Era come se lateralmente ci fossero casse di un sofisticatissimo impianto stereo. Canti melodiosi di uccelli si alternavano da punti diversi. Altri volatili a far da contrappunto.
Arrivavano distinte anche voci di babbuini che, tuttavia, si inserivano in modo armonioso.
M'è venuto da pensare che se Adamo, prima di stancarsi d'essere solo e reclamare una donna, avesse passeggiato qualche notte nell'Eden, avrebbe certamente provato le stesse sensazioni.
Dev'essere veramente grande chi ha orchestrato tutto questo. Chi ha saputo piazzare così bene questo impianto. Chi ha così sapientemente dislocato le casse acustiche. Chi ha creato questi effetti sublimi.
Alzo gli occhi, e anch'essi sono subito gratificati. Ciò che vedo sopra di me è troppo grande per poterlo descrivere a parole.
Tantissimi poeti ci hanno provato e, quando li leggi nel chiuso di una stanza, sembra ti trasmettano profonde emozioni.
Ma quando poi vedi queste cose, ti rendi conto di quanto anch'essi fossero limitati.
E' come se una precisa regia mi avesse condotto qui. Non si spiegherebbe altrimenti come nessuno dei ragazzini, che dormono accanto alla tenda, si sia svegliato e mi abbia seguito. Come sempre succede. Per stressarmi, con richieste varie, anche in quei due minuti di intimità strettamente personali.
Non posso dar retta ai veri motivi che mi hanno fatto alzare.
Non posso perdere un solo secondo del fascino che mi circonda. Posso rimandare a dopo. Tanto, fra poco fa giorno.
Ora mi sembrerebbe una profanazione.
Decido di stendermi per poter osservare meglio la volta del cielo, mentre il concerto della natura continua. Questo spazio aperto ha l'acustica di un teatro greco.
Lo sguardo se ne va a zonzo fra le stelle. Non mi va però di identificarle come avevo fatto con gli amici dopocena. Alcune sembra si muovano. Sembra giochino a rimpiattino comparendo e scomparendo.
Penso alla frase di Nietzsche stampata sulla maglietta che porto spesso: "Bisogna avere un caos dentro per generare una stella danzante".
L'ho sempre condivisa. Ho sempre pensato che fosse così.
Ora però, in questo cielo africano, vedo stelle danzare ma, dentro, ho solo tanta serenità

Belma

 

 


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