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La valle dell'Omo
L'assedio di Delbena
"Abbiamo spettatori,
a quanto pare"
Stiamo montando il nostro primo campo in terra Konso ed una
trentina di ragazzini assiste divertita ai lavori..
Ci sentiamo come il Circo Togni quando arriva in un paese.
Sono lì, a semicerchio, fermi a una decina di metri.
Sembra ci sia una barriera invisibile fra noi e loro; una
ipotetica linea di demarcazione che non possono superare.
Potresti pensare che non osano avvicinarsi per paura.
Ed invece è come ti stessero stringendo d'assedio.
Ti senti in trappola. Avverti che ti stanno aspettando al
varco. Come t'azzardi a mettere un piede fuori, sei preda
loro.
E così puntualmente accade quando tentiamo d'avvicinarci
al fiume per toglierci quel mezzo quintale di terra che ci
portiamo ben distribuito su tutto il corpo. Ti tempestano.
Ti martellano. Insistono per venderti statuette. Ma soprattutto
chiedono, chiedono, chiedono di tutto. Senza pausa: birr (moneta
locale), penne, biscotti, caramelle, saponette, magliette,
ecc. ecc.
Non ti mollano più fino a quando non riesci a rientrare
"nel cerchio".
Se ne stanno lì ad osservare i preparativi per la cena.
Ti guardano mentre mangi. Sperano ovviamente che avanzi qualcosa
anche per loro (come puntualmente avviene).
Senti i loro occhi addosso nelle quattro chiacchiere dopocena.
Se alzi la testa, vedi nel buio le loro ombre incombenti.
E lì rimarranno tutta la notte, accovacciati. Avvolti
nelle inseparabili copertine.
Esci dalla tenda alle prime luci dell'alba,e ti sembra di
assistere al risveglio dei cigni nel balletto di Tschaikowsky.
Ad uno ad uno si rialzano, ripiegano le copertine e ti guardano
fisso come per dirti:
"Se te ne vuoi andare, devi passare di qui"
Mentre i due autisti Samuel e Kadu finiscono di caricare,
ci incamminiamo sperando di seminarli. Illusione. Ti seguono
in processione continuando le giaculatorie: "Hann birr",
"Hann penn" (un birr, una penna, nella pronuncia
loro).
Che palle!!!!!! Hai solo voglia di sgranchirti le gambe. Fa
già caldo e ti si secca la gola.
Li supplichi, li scongiuri, li minacci, cerchi di fare la
faccia feroce: fatica sprecata. Non ti mollano un istante.
Ti stanno addosso appiccicosi come quei nastri moschicidi
che, nell'immediato dopoguerra, penzolavano zeppi di trofei
in ogni cucina italiana.
Sei stremato. Chiedi pietà. Confesseresti a quel punto
anche d'aver strangolato il nonno pur di far cessare quella
tortura.
Ma, come in ogni western che si rispetti quando sembra non
ci siano più speranze, ecco all'improvviso la tromba
dell'...."Arrivano i nostri......". Nel nostro caso
è un clacson di Land Rover.
Samuel ci avvisa che stanno arrivando in nostro soccorso
I Galeb d'Oltre-Omo
Ma come cavolo fanno ad
abitare in quelle schifezze ed essere così pulitini,
ordinatini, come stessero sfilando per Armani...".
Siamo nell'Oltre-Omo (per dirlo alla pavese quando parlano
della zona al di là del Po) e siamo nella terra dei
Galeb.
Abbiamo attraversato il fiume in canoa: un tronco d'albero
sapientemente incavato. Larghezza a misura loro. Cinque centimentri
in più di "maniglie dell'amore" e non te
la sfili più di dosso (sempre ammesso che si riesca
ad entrare).
Quanto alla stabilità, loro la domano con stile e disinvoltura
da gondoliere consumato. Noi ci sentiamo come chi per la prima
volta usa un paio di sci.
Siamo nella terra dei Galeb ma, sotto il sole di mezzogiorno,
sembra di essere in pieno deserto. E' un'immensa piana brulla
di un giallo bruciante; giallo "Van Gogh", per intenderci.
Non c'è una pianta. Solo ciuffetti d'erba rinsecchita.
Sparse qua e là, piccole capanne fatiscenti. Nicchie
ricavate incrociando qualche paletto e coperte, poi, da ciò
che capita: foglie, paglia, lastre di tolla arrugginita, ecc.ecc.
Nei pressi, donne con seni avvizziti intente a lavori pesanti.
Visti i bambini che hanno vicini, non devono essere poi molto
vecchie.
Bisogna allontanarsi per poter trovare qualche uomo. Evidentemente,
il sesso forte non vuole correre il rischio di dover dare
una mano. Marcantoni di due metri e oltre, figura snella,
camminata elegante, portamento fiero.
Ti chiedi da dove cavolo escano. Pettinatura accuratissima
a treccine e, infilata, una civettuola penna di struzzo.
Gonnellino scozzese pulito e stirato come appena uscito dalla
tintoria.
Non riusciresti mai ad associarli a quelle donne abbruttite
dalla fatica.
Men che meno, te li vedi abitare quelle schifose capanne,
certamente fra le più brutte d'Africa. Al loro confronto
quelle dei Konso sono "suite" da Grand Hotel.
Uno stupendo sorriso illumina il volto di due bambinette dolcissime,
mentre faccio scivolare loro in mano dei biscotti.
Preferisco non pensare a cosa le aspetta fra qualche anno.
Dei Karo poco.....carini
"Ma che cavolo vogliono
quelli?"
Siamo in terra Karo e siamo appena ripartiti dalla sosta pic-nic,
consumata come sempre con spettatori.....interessati.
In piena foresta, dei tronchi ci ostruiscono la pista.
Dietro, un gruppetto di personaggi imbiancati armati di Kalasnikov.
"Ci siamo" , viene subito spontaneo pensare. Era
d'altronde una cosa abbondantemente messa in preventivo. Specie
nelle vicinanze di tribù..... "cattivelle"
come sono reputate queste.
La presenza di bambini, tuttavia, ci tranquillizza un po'.
Quella delle donne molto meno, visto come sono toste da queste
parti.
Siamo pronti a pagare il pedaggio. Speriamo solo non ci tocchino
macchine fotografiche e registratorino. La perdita non sarebbe
tanto per il costo degli oggetti, quanto per il contenuto.
Da parte mia, spero anche che non mi tocchino gli scarponcini.
L'idea di camminare a piedi nudi su questi terreni non mi
alletta per niente.
Nel frattempo Samuel, l'autista della prima Land Rover, si
accorge di una possibile via di fuga. Sterza e passa oltre.
Il nostro mezzo, con Kadu alla guida, rimane intrappolato.
Al di là del vetro, gli..."amichetti" abbastanza
incavolatini per essere stati fatti fessi.
All'improvviso, come stessero uscendo dalla trincea per lanciarsi
all'assalto, Samuel e la guida Karo che ci stavamo scarrozzando
si fiondano come fulmini fuori dalla macchina.
Urlando come i Sioux nell'assedio a Custer di Little Big Horn,
inveiscono contro i malcapitati che ci tengono in ostaggio.
I nostri "amichetti" devono essere proprio dei poveri
cristi alle prime armi, visto il loro impaccio davanti a questa
scena.
Più che aggressori, sembrano loro gli aggrediti.
Presumibilmente il Karo e Samuel stanno spiegando che siamo
amici e che abbiamo distribuito persino da mangiare. E intanto
agitano il braccio invitandoci a forzare il blocco e passare.
Non so cosa stiano pensando i miei due amici dietro. Io, mentre
pian piano avanziamo, non stacco gli occhi da quei kalashnikov
e da quelle facce rese ancora più inquietanti dalla
pittura bianca.
Kadu è un blocco di marmo. Non gli si muove un muscolo.
Sospiro di sollievo: siamo passati.
Non è passata invece a Kadu che, dieci minuti dopo,
è in preda a una violenta diarrea che non lo abbandonerà
più per tutto il giorno dopo, nonostante disinfettanti
in dosi cavalline.
Belma
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